QUANDO GLI IMMIGRATI ERAVAMO NOI…

QUANDO GLI IMMIGRATI ERAVAMO NOI…

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.

Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.

Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.

Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.

Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.

I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali.

Questa dichiarazione è tratta da una relazione che l’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti scrisse nell’Ottobre 1912.

Quasi 4 milioni di italiani approdarono negli Stati Uniti tra il 1880 e il 1915, su un totale di circa 9 milioni di persone che scelsero mete transoceaniche, provenienti per la maggior parte dal Meridione del Paese. Gli Stati Uniti innanzitutto, seguiti da alcuni paesi dell’America meridionale, in particolare dall’Argentina, furono le aree verso le quali si indirizzarono con maggior intensità le emigrazioni. Il fenomeno acquista dimensioni ancora più importanti se si pensa che le cifre riportate non tengono conto dei numerosi rientri in patria: circa la metà degli emigrati rimpatriò e, nel periodo 1900-1914, il numero dei rientri si aggirò tra il 50 e il 60%. L’impatto con il nuovo mondo sin dai primi istanti si rivelava per molti difficile: arrivati negli States, gli emigranti si trovano ad essere ammassati negli edifici di Ellis Island, o di qualche altro porto come Boston, Baltimora o New Orleans; dopo settimane di viaggio, affrontavano un esame a carattere medico e amministrativo, dal cui esito dipendeva la possibilità di mettere piede sul suolo americano. I controlli erano così severi che l’isola della baia si New York fu presto soprannominata l’ «Isola delle lacrime». Quello che spinse molti nostri connazionali a lasciare il paese fu in primo luogo la crisi agraria; non vanno, però, dimenticati anche la crisi della piccola proprietà e delle aziende montane, il declino dell’artigianato e delle manifatture rurali. L’Italia, poi, si inserì nelle correnti migratorie internazionali quando i costi dei viaggi toccarono il minimo storico. Navi che trasportavano merci dall’America all’Europa, facevano il viaggio di ritorno con un carico di emigranti, avvicinando così l’Italia più all’America che al Nord Europa. Assieme ai primi emigranti, i cosiddetti pionieri che soli andavano alla ricerca di fortuna, si sviluppò il fenomeno della catena migratoria. Essa seguiva linee familiari, campanilistiche, regionali e professionali. Parenti, amici e compaesani raggiungevano i primi emigrati, grazie alle notizie che ricevevano attraverso le lettere inviate dall’America, con notizie più o meno attendibili. Lette da parenti e amici, a volte nella piazza del villaggio, servirono ad attirare in America milioni di italiani. Spesso contenevano i biglietti per il viaggio dei congiunti (prepaids), uno dei principali strumenti del finanziamento dell’espatrio. Un’altra forma di finanziamento del biglietto transoceanico era costituita dal credito, fatto dagli agenti di viaggio, che pretendevano percentuali sul biglietto per l’America, anche quando come nel caso dell’America Latina esso era gratuito, come si legge nelle pagine de “Il lungo viaggio” di Sciascia. Una volta giunti in America le cose non miglioravano. Da un’inchiesta del 1897 a Chicago risultò che il 22% degli immigrati lavorava per un padrone. Ciò implicava il versamento di una quota del salario e l’obbligo di acquistare le merci in uno spaccio da lui indicato che aumentava i prezzi del 60%. La migrazione a catena portò alla costituzione delle little italies nelle principali città statunitensi, interi quartieri abitati da italiani nelle cui strade la lingua ufficiale erano i vari dialetti del pesi di provenienza, con negozi in cui si vendevano prodotti di importazione italiani.

Emigrazione italiana per regione: 1876-1900 (numeri e %), 1901-1915 (numeri e %)

Piemonte

709.076

13,5

831.088

9,5

Lombardia

519.100

9,9

823.695

9,4

Veneto

940.711

17,9

882.082

10,1

Friuli V.G.

847.072

16,1

560.721

6,4

Liguria

117.941

2,2

105.215

1,2

Emilia

220.745

4,2

469.430

5,4

Toscana

290.111

5,5

473.045

5.4

Umbria

8.866

0,15

155.674

1,8

Marche

70.050

1,3

320.107

3,7

Lazio

15.830

0,3

189.225

2,2

Abruzzo

109.038

2,1

486.518

5,5

Molise

136.355

2,6

171.680

2,0

Campania

520.791

9,9

955.188

10,9

Puglia

50.282

1,0

332.615

3,8

Basilicata

191.433

3,6

194.260

2,2

Calabria

275.926

5,2

603.105

6,9

Sicilia

226.449

4,3

1.126.513

12,8

Totale espatri

5.257.911

100,0

8.769.749

100

Principali paesi di emigrazione italiana 1876-1976

Francia

4.117.394

Stati Uniti

5.691.404

Svizzera

3.989.813

Argentina

2.969.402

Germania

2.452.587

Brasile

1.456.914

Belgio

535.031

Canada

650.358

Gran Bretagna

263.598

Australia

428.289

Altri

1.188.135

Venezuela

285.014

Totale

12.546.558

11.481.381

Fonte: Rielaborazione dati Istat in Gianfausto Rosoli, Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976,Roma, Cser, 1978.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE SULL’ARGOMENTO

LUIGI FAVERO e GRAZIANO TASSELLO, Cent’anni di emigrazione italiana (1876-1976), Cser, Roma, 1978

FILEF, Racconti dal mondo, Ed.Filef, Roma, 2007

GIAN ANTONIO STELLA, L’orda (quando gli albanesi eravamo noi), Rizzoli, Milano, 2002

MARTINO MARAZZI, Misteri di Little italy. Storie e testi della letteratura italoamericana, Franco Angeli, Milano, 2003

ERCOLE SORI, L’emigrazione italiana dall’Unità alla seconda guerra mondiale, Il Mulino, Bologna, 1979

FERNANDO J. DEVOTO, Storia degli italiani in Argentina, Donzelli, Roma, 2007

ANNALISA TREVES, Le migrazioni interne nell’Italia fascista. Politica e realtà demografica, Einaudi, Torino, 1976

a cura di Silvia Morosi, Lapsus

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Martino Iniziato

Martino Iniziato

Laureato in scienze storiche presso l’università degli studi di Milano con una tesi su Ronald Reagan, ha imparato a fare siti internet quasi per gioco e lo ha trasformato in un quasi-lavoro. Un po' giornalista, un po' cameriere, un po' promotore d'eventi culturali è tra i fondatori dell'Associazione Lapsus e si rivede molto nella definizione springstiniana di "Jack of all trade": tuttofare. Tra le altre cose, è il curatore di questo sito per conto di Tanoma.it. Su twitter è @martinoiniziato

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