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Elio Catania

Elio Catania

Classe 1990, laurea in Filosofia con una tesi sul PCI a Milano dal ‘45-’75, è il referente dei progetti dedicati alla formazione ed alle scuole di Lapsus. Porta avanti una resistenza strenua contro l’acquisto di uno smartphone, l’Expo di Milano del 2015 e le ingiustizie più in generale. Quasi un ironman.

Doppia presentazione Cronache Ribelli di Cannibali e Re

Con molto piacere presentiamo a Milano e Cinisello Balsamo il volume Cronache Ribelli, un almanacco autoprodotto da Cannibali e Re, un progetto collettivo nato su facebook.

Venerdì 18 maggio 2018
Ore: 21:30
Spazio 20092
Via T. Cremona, 10 – Cinisello Balsamo

Evento FB

Intervengono:
Matteo Minelli di Cannibali e Re e coautore del libro
Laboratorio Lapsus

Lunedì 21 maggio 2018
Ore: 21:00
LibrOsteria
Via C. Cesariano, 7 – Milano

Evento FB

Intervengono:
Matteo Minelli di Cannibali e Re e coautore del libro
Elio Catania di Laboratorio Lapsus

 

I singoli e le moltitudini raccontati nelle sue pagine non sono gli attori della Grande Storia. Non sono re e capi di stato, non sono generali e neppure cardinali. Viceversa sono uomini comuni e straordinari. Comuni perché nella perenne trincea della Storia si sono ritrovati a guardare il campo di battaglia tra i reticolati del filo spinato e non su una mappa nelle retrovie. Straordinari perché disertori di quelle numerose guerre che la società cercava di imporgli e protagonisti dell’unico conflitto che vale la pena combattere: quello per l’emancipazione collettiva.
Il testo, impreziosito da dodici illustrazioni di Aurora Stano, e impaginato artisticamente da Marcella Foschi, graphic design, è articolato su una struttura nella quale ad ogni giorno o gruppo di giorni si accompagna un microstoria (dalla lunghezza variabile). L’Almanacco, di circa duecentocinquanta pagine, contiene altrettante storie e una bibliografia finale affinché, volendo, ognuno possa cercare ulteriori informazioni sulle vicende che lo hanno appassionato.

 

 

 

 

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Sul reato di negazionismo. Storia e giurisprudenza alleate non sono.

Diremo cose scomode. Scomode per la retorica ipocrita del politically correct, ma scomode anche per molti nostri amici che, impegnati nell’antifascismo e nella difesa della memoria storica dei crimini nazisti, accettano con troppa superficialità quello che potrebbe apparire un aiuto da parte della legge.

Ci stiamo riferendo al tanto discusso reato penale di negazionismo, approvato alla Camera l’8 giugno scorso e che, nel silenzio generale, si appresta a completare il proprio iter parlamentare al Senato. Chiariamo subito la nostra posizione: noi, antifascisti nel DNA, siamo fermamente contrari alla proposta di legge che punisce la negazione del genocidio ebraico da parte del regime hitleriano e non solo; nel testo infatti leggiamo che la legge condanna con il carcere

“da due a sei anni” la propaganda, l’istigazione o l’incitamento commessi in modo che derivi concreto pericolo di diffusione, quando gli stessi sono fondati “in tutto o in parte sulla negazione della Shoah, o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra.Specifichiamo, per completezza, che per quanto riguarda ciò che è da considerare crimine di guerra, contro l’umanità o di genocidio le fonti sono le sentenze emesse dal Tribunale internazionale dell’Aja. (Fonte)

Non crediamo e non abbiamo mai creduto che storia e giurisprudenza possano essere alleate. Abbiamo sempre rifiutato l’istituzione del Tribunale della Storia, che vorrebbe la disciplina finalizzata al giudizio morale circa presunte colpe e crimini. Compito della storia, come ben diceva uno dei padri della rivoluzione storiografica del Novecento, non è giudicare o descrivere, ma spiegare in profondità.[1] E già in questo troviamo una differenza essenziale tra ricerca storica e indagine processuale, che ne rende impossibile la coincidenza. Troppo spesso dietro legislazioni inerenti la memoria storica troviamo di fatto interessi politici, che rispondono a esigenze del momento. Ecco che l’uso pubblico della storia degenera in abuso politico e in ingerenza della politica nella storiografia.

In secondo luogo, è estremamente pericoloso emettere giudizi legali su quelle che sono a tutti gli effetti opinioni storiche, per quanto aberranti e da combattere. L’Italia non è l’unico paese in cui si è sviluppato un dibattito riguardo la legislazione anti negazionista; in molti stati europei sono state approvate leggi che prevedono la condanna penale di affermazioni, pubblicazioni, eventi considerati appunto negazionisti. La Francia, da questo punto di vista, è il paese che ha mostrato la tendenza peggiore: dal 2001 al 2006 sono state prodotte leggi che penalizzano la negazione del genocidio armeno (l. 1/01) e della schiavitù (legge Taubira), considerata dalla legislazione francese un crimine contro l’umanità che non può essere negato. Nello stesso periodo viene approvata anche la legge Mekachera, il 23 febbraio 2005, che però imponeva agli insegnanti di valorizzare il ruolo positivo del colonialismo francese in Africa del Nord e Indocina.[2]

Si possono citare altri esempi: la legge tedesca di recente approvazione sul genocidio armeno; le legislazioni dell’Europa orientale (Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia) del 2007/08 riguardo i crimini dei regimi comunisti; la pluridecennale giurisprudenza turca di negazione dell’esistenza storica delle minoranze interne (in particolare i curdi); le leggi spagnole, figlie del pacto del olvido post-franchista, che proibivano di parlare della Guerra civile spagnola e, conseguentemente, colpire i segni del passato regime (toponomastica, monumenti celebrativi, libri di testo); le sanzioni previste in Portogallo e Israele contro la negazione di qualunque genocidio, mentre Scandinavia, Svizzera, Slovacchia, Nuova Zelanda, Lituania, Australia includono anche il cosiddetto riduzionismo tra le opinioni da punire. Il paradosso è che, parallelamente a queste legislazioni, in molti dei paesi citati assistiamo alla tendenza opposta di imporre la rivalutazione storica positiva dei propri crimini passati (con conseguente corollario di penalizzazioni e discriminazioni a quegli storici o ricercatori che non si adeguano agli standard ministeriali), come ad esempio l’Australia. E anche qui in Italia, sebbene più silenziosamente, assistiamo a un fenomeno simile per quanto riguarda la ricostruzione addolcita del colonialismo italiano in Africa orientale.[3]

Di fronte a tutto questo, è secondo noi evidente che la presunta mano tesa dalla politica e dalla Legge alla memoria antifascista e antinazista è un cavallo di Troia che rischia di aprire la strada a orrori storico-legislativi ben peggiori. Non solo: effetti collaterali possono benissimo essere quelli di andare a colpire anche quegli storici sinceramente democratici e laici che, superando il complesso di colpa originario riguardo la Shoah, su cui si è fondata la Comunità europea, hanno affermato ricerca storica alla mano l’impossibilità di riconoscere il genocidio nazista degli ebrei come un unicum: essa, come ha affermato lo storico francese G. Bensoussan, può essere definita come una storia senza precedenti, ma non senza radici. La presunta “classifica degli orrori e dei genocidi” non potrà mai essere fondata su una storiografia degna di questo nome.

Dal punto di vista dello storico, il neofascismo e il suo ridicolo negazionismo si combattono solo in due modi: con il contrasto culturale nelle scuole, fondato su un uso pubblico della Storia capace di insegnare il ragionamento critico fin dalla tenera età; con la capacità di reinventare un nuovo contratto sociale, fondato sulla capacità di riconoscere la falsità storica di qualunque idea di razza e omogeneità etnico-culturale.

Ma, lasciatecelo dire, i pericoli più grandi sono altri. Il revival etnico, più profondo e nazionalpopolare rispetto alle nicchie dell’estrema destra, alimentato da una crisi globale che aumenta sempre più la percezione della decadenza e della corruzione culturale da parte delle impaurite opinioni pubbliche occidentali; collegato a questo, l’eterno eurocentrismo giustificato attraverso il già citato revisionismo e occultamento storico non solo dei nostri passati (e presenti) colonialisti, ma anche dei meccanismi di razzializzazione da sempre alla base della civiltà europea. La questione ebraica non l’ha inventata Hitler, così come la sistematicità nell’assoggettamento e nello sterminio dell’altro.[4]

In questo, la giurisprudenza non ci potrà mai essere alleata. Solo la ricerca storica, sostenuta da una corretta metodologia e capacità di analisi scientifica, può affrontare la crisi della nostra epoca e aiutare a comprendere la complessità del presente. Le legislazioni sulle opinioni storiche, per ogni negazionista colpito, tagliano le gambe alla ricerca sociale e scientifica, fondamento ultimo della libertà di espressione e di critica. Dietro ogni parola di questi reati penali non possiamo non scorgere l’ombra di una censura di più vasta portata.

Elio Catania, Associazione Lapsus

[1] F. Braudel, Storia misura del mondo, Il Mulino, Bologna 1998
[2] A. Giannuli, L’abuso pubblico della storia, pp. 119-120, Ugo Guanda Editore, Parma 2009
[3] A questo proposito vi segnaliamo il lavoro svolto dagli autori del documentario If only I were that warrior [Link sito], che abbiamo avuto il piacere di ospitare durante l’iniziativa di presentazione in Università degli Studi di Milano
[4] G. Bensoussan, Genocidio. Una passione europea, Marsilio Editore, Venezia 2009

 

 


 

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Carlo Meani: il volto mite di un antifascista irriducibile

Sabato 23 aprile 2016
Ore 16.00, Centro culturale Il Pertini
Piazza Confalonieri 3, Cinisello Balsamo (MI)
Auditorium

Presentazione della pubblicazione
“CARLO MEANI
Il volto mite di un antifascista irriducibile”
Ne parlano:

Elio Catania – Associazione Lapsus
interviene su: “La lotta antifascista dalla nascita del Partito Comunista d’Italia alla Liberazione”

Gianluigi Falzoni – C.F.C.
presenta la mostra a cura del Circolo Fotografico Concordia

Gabriella Milanese – A.N.P.I.
presenta la pubblicazione a cura di C.D.S. e A.N.P.I. Cinisello Balsamo

coordina:
Martino Iniziato – La Città

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Presentazione:
Della Resistenza è già stato detto tutto, o quasi. Sulla crisi della memoria resistenziale e dell’identità antifascista della Repubblica, abbiamo già avuto modo di scrivere in altre occasioni; così come della fase che abbiamo definito di “revisionismo morbido”, subentrata all’offensiva dichiaratamente revisionista portata avanti dalla destra negli anni d’oro dell’ultimo governo Berlusconi (vedi link).
C’è però un lato del periodo resistenziale e soprattutto dell’immediato dopoguerra che viene generalmente messo in secondo o terzo piano, per ragioni di pedagogia pubblica e legate alla necessità di presentare il variegato fronte antifascista il più unito possibile: il dissenso interno rispetto alle scelte di pacificazione nazionale compiute tra la fine della guerra e l’indomani della Liberazione. Fenomeno che riguarda soprattutto la principale forza politica e militare del Cln impegnata nella Resistenza, il Partito comunista. Brigate Garibaldi, Gap e Sap avevano visto emergere al loro interno come leader carismatici e organizzatori impeccabili non solo i più vecchi militanti antifascisti della clandestinità, ma anche giovani dirigenti periferici, capaci di coniugare le esigenze della liberazione dal nazifascismo con più profonde rivendicazioni sociali di eguaglianza.
È il caso di Carlo Meani, primo sindaco di Cinisello Balsamo nominato dal Cln, dopo la Liberazione considerato per certi versi poco adatto alle necessità della strategia togliattiana della “lunga marcia dentro le istituzioni”. Contrariamente a molti altri irriducibili che dichiararono la loro opposizione con veemenza fino, alcuni casi, alla rottura definitiva col partito, Meani, uomo mite di carattere, non espresse pubblicamente il suo pensiero riguardo le scelte del gruppo dirigente comunista. Di lui ci restano testimonianze, foto, alcuni documenti personali e il ricordo di un militante che seppe muoversi con intelligenza in periodi difficili della storia d’Italia.
In questo senso interverremo nell’ambito dell’iniziativa organizzata dal Comune di Cinisello Balsamo e dalla sezione locale dell’Anpi, dedicata proprio alla figura di Meani, cercando di offrire una panoramica complessiva della storia dei comunisti italiani, dalla fondazione del Pcd’I fino alla Liberazione.

Sempre per celebrare il 71° della Liberazione sarà visitabile la mostra:
LE IMMAGINI E I VOLTI DELLA DEMOCRAZIA A CINISELLO BALSAMO 
Mostra visitabile presso Il Pertini
da domenica 24 aprile a domenica 8 maggio
negli orari di apertura del Centro culturale

Infine il 25 aprile, nel corso della manifestazione per il 71° anniversario della Liberazione verrà intitolata una via cittadina a Carlo Meani, antifascista, perseguitato politico, partigiano, primo sindaco dopo la Liberazione.

Ulteriori informazioni presso il sito del comune di Cinisello Balsamo

 

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Confini in frantumi. Siria, Libia, Kurdistan, Califfato: come leggere i conflitti in corso nel Medio Oriente?

kurdistan_940Mercoledì 25 novembre 2015
Ore 14.30, Facoltà di Scienze Politiche
Via Conservatorio 7, Milano
Aula 21

Confini in frantumi. Siria, Libia, Kurdistan, Califfato: come leggere e comprendere i conflitti in corso nel Medio Oriente?

Ospiti

[00-19’30”] Aldo Giannuli, docente di storia contemporaneo Università degli Studi di Milano;
[19’30”- 41’08”] Daniele Raineri, giornalista de Il Foglio, inviato in Siria e Medioriente;
[41’18”-1h07’51”] Elio Catania, attivista della carovana di solidarietà Rojava Resiste e componente dell’Associazione Lapsus
[1h08’02”-1h31’30”] Lorenzo Adorni, studioso di relazioni internazionali

Il podcast dell’incontro.

Incontri promossi dal corso di Storia del Mondo Contemporaneo – GLO e Lapsus

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A chi serve la strage di Ankara?

vermidirouge_k8_giorno_6_LQMartedì 20 ottobre 2015 abbiamo partecipato all’incontro promosso da CUT Collettivo Universitario the Take dal titolo “A chi serve la strage di Ankara?”. L’invito a Lapsus è nato per riflettere sul contesto della Turchia e del Kurdistan in questo periodo storico, in particolare indagando analogie e differenze tra la strategia della tensione italiana, iniziata con la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 ed il contesto in cui inserire la strage di Ankara di sabato 10 ottobre 2015. L’intervento, preceduto da altri due molto significativi e lucidi di due giovani della comunità kurda di Milano, è stato tenuto da Elio, componente di Lapsus, ma insieme attivista della carovana di solidarietà internazionale Rojava Resiste, che si trovava a Diyarbakir proprio nei giorni della strage di Ankara.
Ecco il podcast dell’incontro.

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Il 70° della Liberazione e la “memoria pulita”

memoriaIn queste settimane si sono svolte in tutto il paese e a tutti i livelli (istituzionali, società civile, organizzazioni politiche) iniziative e celebrazioni in occasione dei 70 anni della Liberazione, con apice ovviamente nella giornata di sabato 25 aprile. Ad ascoltare i discorsi di questi giorni e i loro contenuti è emersa una strana sensazione ed una strana nostalgia: quasi ci fosse la consapevolezza diffusa che questo decennale potrebbe essere l’ultimo con i combattenti dell’epoca, quasi che i 70 anni sanciscano definitivamente il famoso <<passaggio di consegne>>.

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