L’Associazione Lapsus compie 5 anni

 

Nove anni e mezzo fa un primigeneo gruppo di ragazzi affrontava i grigi corridoi della Statale di Milano per portare un “nuovo” genere di contenuti all’interno delle aule.
Cinque anni fa alcuni di questi ragazzi trovarono il coraggio di sfidare i grigi corridoi dell’Agenzia delle Entrate per formalizzare in un’associazione culturale l’esperienza degli anni passati.
Corridoio dopo corridoio, siamo passati per scuole di ogni tipo, convegni barbosi e non, spazi sociali e fondazioni pettinate e ora vi invitiamo in un posto un po’ più colorato. Il 7 ottobre saremo tutti a Piano Terra per festeggiare il quinto anno dalla vittoria sull’Agenzia delle Entrate e la nascita dell’Associazione Lapsus.
Siete tutti invitati!

Dalle 19:00 aperitivo
Alle 21:00 brevissimo racconto della strada di Lapsus e distribuzione di un opuscolo della nostra storia
Dalle 22:00 Max Mayall Fine in concerto!
http://www.maxmayallfine.com/

La festa si terrà presso Piano Terra
Via Federico Confalonieri, 3
M2 Garibaldi
M5 Isola

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Venezuela, Brasile, Argentina: crisi a confronto

Giovedì 29 settembre 2016
Ore:  19:00 aperitivo, 20:00 incontro
Presso Piano Terra
Via Confalonieri, 3

Venezuela, Brasile, Argentina: crisi a confronto
Cosa sta accadendo in sud-America? Un incontro per parlare di tre paesi molto diversi ma simbolo di quella crisi che sta attraversando le esperienze di governo e movimento dei principali focolai del “vento di sinistra” nell’America Latina degli ultimi anni.

Ne parliamo con:

Angelo Zaccaria, esperto di America Latina e autore del libro “La Revolucion bonita”

Giampaolo Capisani, analista di geopolitica energetica

Dario Clemente, dottorando in Relazioni Internazionali presso l’Università di Buenos Aires (intervento video) – http://tanamericana.it/

L’incontro si terrà presso Piano Terra
Via Federico Confalonieri, 3
M2 Garibaldi
M5 Isola

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Sul reato di negazionismo. Storia e giurisprudenza alleate non sono.

Diremo cose scomode. Scomode per la retorica ipocrita del politically correct, ma scomode anche per molti nostri amici che, impegnati nell’antifascismo e nella difesa della memoria storica dei crimini nazisti, accettano con troppa superficialità quello che potrebbe apparire un aiuto da parte della legge.

Ci stiamo riferendo al tanto discusso reato penale di negazionismo, approvato alla Camera l’8 giugno scorso e che, nel silenzio generale, si appresta a completare il proprio iter parlamentare al Senato. Chiariamo subito la nostra posizione: noi, antifascisti nel DNA, siamo fermamente contrari alla proposta di legge che punisce la negazione del genocidio ebraico da parte del regime hitleriano e non solo; nel testo infatti leggiamo che la legge condanna con il carcere

“da due a sei anni” la propaganda, l’istigazione o l’incitamento commessi in modo che derivi concreto pericolo di diffusione, quando gli stessi sono fondati “in tutto o in parte sulla negazione della Shoah, o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra.Specifichiamo, per completezza, che per quanto riguarda ciò che è da considerare crimine di guerra, contro l’umanità o di genocidio le fonti sono le sentenze emesse dal Tribunale internazionale dell’Aja. (Fonte)

Non crediamo e non abbiamo mai creduto che storia e giurisprudenza possano essere alleate. Abbiamo sempre rifiutato l’istituzione del Tribunale della Storia, che vorrebbe la disciplina finalizzata al giudizio morale circa presunte colpe e crimini. Compito della storia, come ben diceva uno dei padri della rivoluzione storiografica del Novecento, non è giudicare o descrivere, ma spiegare in profondità.[1] E già in questo troviamo una differenza essenziale tra ricerca storica e indagine processuale, che ne rende impossibile la coincidenza. Troppo spesso dietro legislazioni inerenti la memoria storica troviamo di fatto interessi politici, che rispondono a esigenze del momento. Ecco che l’uso pubblico della storia degenera in abuso politico e in ingerenza della politica nella storiografia.

In secondo luogo, è estremamente pericoloso emettere giudizi legali su quelle che sono a tutti gli effetti opinioni storiche, per quanto aberranti e da combattere. L’Italia non è l’unico paese in cui si è sviluppato un dibattito riguardo la legislazione anti negazionista; in molti stati europei sono state approvate leggi che prevedono la condanna penale di affermazioni, pubblicazioni, eventi considerati appunto negazionisti. La Francia, da questo punto di vista, è il paese che ha mostrato la tendenza peggiore: dal 2001 al 2006 sono state prodotte leggi che penalizzano la negazione del genocidio armeno (l. 1/01) e della schiavitù (legge Taubira), considerata dalla legislazione francese un crimine contro l’umanità che non può essere negato. Nello stesso periodo viene approvata anche la legge Mekachera, il 23 febbraio 2005, che però imponeva agli insegnanti di valorizzare il ruolo positivo del colonialismo francese in Africa del Nord e Indocina.[2]

Si possono citare altri esempi: la legge tedesca di recente approvazione sul genocidio armeno; le legislazioni dell’Europa orientale (Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia) del 2007/08 riguardo i crimini dei regimi comunisti; la pluridecennale giurisprudenza turca di negazione dell’esistenza storica delle minoranze interne (in particolare i curdi); le leggi spagnole, figlie del pacto del olvido post-franchista, che proibivano di parlare della Guerra civile spagnola e, conseguentemente, colpire i segni del passato regime (toponomastica, monumenti celebrativi, libri di testo); le sanzioni previste in Portogallo e Israele contro la negazione di qualunque genocidio, mentre Scandinavia, Svizzera, Slovacchia, Nuova Zelanda, Lituania, Australia includono anche il cosiddetto riduzionismo tra le opinioni da punire. Il paradosso è che, parallelamente a queste legislazioni, in molti dei paesi citati assistiamo alla tendenza opposta di imporre la rivalutazione storica positiva dei propri crimini passati (con conseguente corollario di penalizzazioni e discriminazioni a quegli storici o ricercatori che non si adeguano agli standard ministeriali), come ad esempio l’Australia. E anche qui in Italia, sebbene più silenziosamente, assistiamo a un fenomeno simile per quanto riguarda la ricostruzione addolcita del colonialismo italiano in Africa orientale.[3]

Di fronte a tutto questo, è secondo noi evidente che la presunta mano tesa dalla politica e dalla Legge alla memoria antifascista e antinazista è un cavallo di Troia che rischia di aprire la strada a orrori storico-legislativi ben peggiori. Non solo: effetti collaterali possono benissimo essere quelli di andare a colpire anche quegli storici sinceramente democratici e laici che, superando il complesso di colpa originario riguardo la Shoah, su cui si è fondata la Comunità europea, hanno affermato ricerca storica alla mano l’impossibilità di riconoscere il genocidio nazista degli ebrei come un unicum: essa, come ha affermato lo storico francese G. Bensoussan, può essere definita come una storia senza precedenti, ma non senza radici. La presunta “classifica degli orrori e dei genocidi” non potrà mai essere fondata su una storiografia degna di questo nome.

Dal punto di vista dello storico, il neofascismo e il suo ridicolo negazionismo si combattono solo in due modi: con il contrasto culturale nelle scuole, fondato su un uso pubblico della Storia capace di insegnare il ragionamento critico fin dalla tenera età; con la capacità di reinventare un nuovo contratto sociale, fondato sulla capacità di riconoscere la falsità storica di qualunque idea di razza e omogeneità etnico-culturale.

Ma, lasciatecelo dire, i pericoli più grandi sono altri. Il revival etnico, più profondo e nazionalpopolare rispetto alle nicchie dell’estrema destra, alimentato da una crisi globale che aumenta sempre più la percezione della decadenza e della corruzione culturale da parte delle impaurite opinioni pubbliche occidentali; collegato a questo, l’eterno eurocentrismo giustificato attraverso il già citato revisionismo e occultamento storico non solo dei nostri passati (e presenti) colonialisti, ma anche dei meccanismi di razzializzazione da sempre alla base della civiltà europea. La questione ebraica non l’ha inventata Hitler, così come la sistematicità nell’assoggettamento e nello sterminio dell’altro.[4]

In questo, la giurisprudenza non ci potrà mai essere alleata. Solo la ricerca storica, sostenuta da una corretta metodologia e capacità di analisi scientifica, può affrontare la crisi della nostra epoca e aiutare a comprendere la complessità del presente. Le legislazioni sulle opinioni storiche, per ogni negazionista colpito, tagliano le gambe alla ricerca sociale e scientifica, fondamento ultimo della libertà di espressione e di critica. Dietro ogni parola di questi reati penali non possiamo non scorgere l’ombra di una censura di più vasta portata.

Elio Catania, Associazione Lapsus

[1] F. Braudel, Storia misura del mondo, Il Mulino, Bologna 1998
[2] A. Giannuli, L’abuso pubblico della storia, pp. 119-120, Ugo Guanda Editore, Parma 2009
[3] A questo proposito vi segnaliamo il lavoro svolto dagli autori del documentario If only I were that warrior [Link sito], che abbiamo avuto il piacere di ospitare durante l’iniziativa di presentazione in Università degli Studi di Milano
[4] G. Bensoussan, Genocidio. Una passione europea, Marsilio Editore, Venezia 2009

 

 


 

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Milano: l’antimafia non serve alla vetrina

antimafia milanoScrivere di antimafia, in queste settimane, è forse ancora meno facile che in altri periodi. La delegittimazione e la crisi di credibilità, dovuta ai recenti fatti che hanno coinvolto ad esempio il giornalista Pino Maniaci – al di là di come si svilupperà l’iter giudiziario – piuttosto che Rosy Canale, o Silvana Saguto, impongono dunque ancora più attenzione, cautela e serietà. In più, il contesto della campagna elettorale che caratterizza le principali città italiane, da Roma, a Milano, da Napoli a Bologna, fa si che il rischio di prestare il fianco a strumentalizzazioni dell’uno o dell’altro campo, sia reale.

In questo quadro tuttavia, facciamo nostro con convinzione, lo stimolo che arriva dall’Associazione daSud: nelle campagne elettorali in corso, nel dibattito in corso nelle città e nel paese, mancano riflessioni e progettualità serie ed articolate sull’antimafia. Manca l’antimafia intesa non come fine, come necessità di plasmare eroi o come brand per intercettare nicchie di pubblico od elettorali (come si è dimostrato una volta di più lo scorso 23 maggio, in occasione dell’anniversario della Strage di Capaci, con tweet e post commemorativi), ma come punto di vista e come antimafia sociale. E crediamo che questo valga anche per Milano.

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Imperialismo e desiderio: immagini e voci per dipingere l’Abissinia.

Etiopia 1935: Immaginario e miti guerrieri celarono gli eccidi compiuti dagli italiani in uniforme; dietro alle “Belle abissine” il fascismo cercò di nascondere la brutalità del regime semischiavile imposto agli etiopi e lo sfruttamento del lavoro di migliaia di operai italiani giunti in colonia per fame.
La parata delle gerarchie del Regno non spezzò mai la resistenza etiope e le enormi spese militari ebbero una conseguenza pesantissima: La bancarotta dell’Italia

L’attacco del Regime fascista all’Impero etiope nel settembre del 1935 fu il primo atto aggressivo di proporzioni rilevanti coinvolgente uno stato europeo dalla fine della grande guerra, segnando anche l’inizio di una escalation di conflittualità e tensioni nel vecchio continente, che, se certo non furono da esso provocate, lo contestualizzano all’interno di un sistema di “occasioni” e nuovi rapporti geopolitici che travalicano la pura volontà mussoliniana di “riportare l’impero sui colli di Roma”[1]. La campagna di Etiopia fu soprattutto l’ultima guerra coloniale tradizionalmente intesa nell’ultimo territorio rimasto indipendente del continente africano: “La guerra scatenata da Mussolini contro l’Etiopia è […] particolarmente importante proprio per il suo anacronismo; guerra coloniale “fuori tempo massimo”, ricadde sotto le nuove norme varate con la Convenzione di Ginevra del 1929”[2]. Guerra coloniale ma anche guerra nazionale, le operazioni in Etiopia conobbero una partecipazione non solo emotiva ma anche fattivamente entusiasta di vasti gruppi della società italiana[3], tanto da spingerci a definirla, come altri prima di noi[4], forse la più partecipata delle missioni compiute dal Regio Esercito.

Non a torto Vittorio Mussolini, figlio del duce, che con il fratello Bruno si arruolò volontario nell’Aeronautica, appena sbarcato a Massaua informa il lettore della sua memoria Voli sulle Ambe[5] che quello che brulica nelle strade e sui moli della città portuale è il più grosso esercito visto in Africa: certamente non lo fu, ma a molti italiani trovatisi nuovamente in grigioverde, seppur non condividevano con Vittorio l’illustre cognome e i vantaggi che gliene derivavano, la mobilitazione messa in piedi dal Regime dovette davvero apparire imponente. Il Regime volle che quest’impressione di potenza militare passasse anche ai civili, tanto che per la campagna venne predisposto un’ancora sconosciuto dispiegamento di mezzi cinematografici e fotografici: dodici operatori con tre registi più vari fotografi che contribuirono ad accumulare 4.000 fotografie e 40.000 di pellicola girata. “È come se […] il rapporto tra realtà e rappresentazione, tra evento e racconto, si invertisse. Qui sono infatti il racconto a produrre l’evento, la rappresentazione a determinare la realtà, l’invenzione a suggerire l’azione.”[6]

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L’articolo, che trovate interamente su medium, è stato scritto da Sara Troglio in occasione della proiezione del documentario If Only I Were That Warrior presso l’Università degli Studi di Milano.

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Carlo Meani: il volto mite di un antifascista irriducibile

Sabato 23 aprile 2016
Ore 16.00, Centro culturale Il Pertini
Piazza Confalonieri 3, Cinisello Balsamo (MI)
Auditorium

Presentazione della pubblicazione
“CARLO MEANI
Il volto mite di un antifascista irriducibile”
Ne parlano:

Elio Catania – Associazione Lapsus
interviene su: “La lotta antifascista dalla nascita del Partito Comunista d’Italia alla Liberazione”

Gianluigi Falzoni – C.F.C.
presenta la mostra a cura del Circolo Fotografico Concordia

Gabriella Milanese – A.N.P.I.
presenta la pubblicazione a cura di C.D.S. e A.N.P.I. Cinisello Balsamo

coordina:
Martino Iniziato – La Città

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Presentazione:
Della Resistenza è già stato detto tutto, o quasi. Sulla crisi della memoria resistenziale e dell’identità antifascista della Repubblica, abbiamo già avuto modo di scrivere in altre occasioni; così come della fase che abbiamo definito di “revisionismo morbido”, subentrata all’offensiva dichiaratamente revisionista portata avanti dalla destra negli anni d’oro dell’ultimo governo Berlusconi (vedi link).
C’è però un lato del periodo resistenziale e soprattutto dell’immediato dopoguerra che viene generalmente messo in secondo o terzo piano, per ragioni di pedagogia pubblica e legate alla necessità di presentare il variegato fronte antifascista il più unito possibile: il dissenso interno rispetto alle scelte di pacificazione nazionale compiute tra la fine della guerra e l’indomani della Liberazione. Fenomeno che riguarda soprattutto la principale forza politica e militare del Cln impegnata nella Resistenza, il Partito comunista. Brigate Garibaldi, Gap e Sap avevano visto emergere al loro interno come leader carismatici e organizzatori impeccabili non solo i più vecchi militanti antifascisti della clandestinità, ma anche giovani dirigenti periferici, capaci di coniugare le esigenze della liberazione dal nazifascismo con più profonde rivendicazioni sociali di eguaglianza.
È il caso di Carlo Meani, primo sindaco di Cinisello Balsamo nominato dal Cln, dopo la Liberazione considerato per certi versi poco adatto alle necessità della strategia togliattiana della “lunga marcia dentro le istituzioni”. Contrariamente a molti altri irriducibili che dichiararono la loro opposizione con veemenza fino, alcuni casi, alla rottura definitiva col partito, Meani, uomo mite di carattere, non espresse pubblicamente il suo pensiero riguardo le scelte del gruppo dirigente comunista. Di lui ci restano testimonianze, foto, alcuni documenti personali e il ricordo di un militante che seppe muoversi con intelligenza in periodi difficili della storia d’Italia.
In questo senso interverremo nell’ambito dell’iniziativa organizzata dal Comune di Cinisello Balsamo e dalla sezione locale dell’Anpi, dedicata proprio alla figura di Meani, cercando di offrire una panoramica complessiva della storia dei comunisti italiani, dalla fondazione del Pcd’I fino alla Liberazione.

Sempre per celebrare il 71° della Liberazione sarà visitabile la mostra:
LE IMMAGINI E I VOLTI DELLA DEMOCRAZIA A CINISELLO BALSAMO 
Mostra visitabile presso Il Pertini
da domenica 24 aprile a domenica 8 maggio
negli orari di apertura del Centro culturale

Infine il 25 aprile, nel corso della manifestazione per il 71° anniversario della Liberazione verrà intitolata una via cittadina a Carlo Meani, antifascista, perseguitato politico, partigiano, primo sindaco dopo la Liberazione.

Ulteriori informazioni presso il sito del comune di Cinisello Balsamo

 

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If Only I Were That Warrior | Proiezione del documentario

Mercoledì 20 aprile 2016
ore 10.30 – 12.30
via S.Antonio, 5 Milano
Aula 2

Proiezione e presentazione del documentario:

If Only I Were That Warrior (2015)
Regista: Valerio Ciriaci

Ne parlano:
Sara Troglio – Lapsus

Monica Macchi – redattrice Historia Magistra, curatrice sezione Tahrir Square @ Formacinema, arabista e traduttrice

Valerio Ciriaci – regista del documentario

Isaak Liptzin – produttore del documentario

If Only I Were That Warrior, il documentario ricostruisce a ritroso la storia del colonialismo italiano in Etiopia.
Dall’inauguarazione nell’agosto del 2012 di un monumento alla memoria di Rodolfo Graziani, generale dell’Esercito durante la Guerra d’Etiopia e primo Vicerè della nuova colonia, ai documenti sull’uso di gas tossici conservati all’Archivio Centrale dello Stato.
Attraverso tre continenti, i giovani autori ricercano i rapporti su cui si sviluppano le storie dei protagonisti odierni e delle molteplici comunità:
“A 75 anni dalla caduta dell’impero coloniale italiano, nuove generazioni di etiopie di italiani si confrontano su un passato tormentato e ancora irrisolto.”

Trailer del film:

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