Ricordando Federico Chabod

lectio magistralis di Edoardo Tortarolo.

Mercoledì 17 Aprile 2019 | Università Statale di Milano, Via Festa del Perdono, 3 | ORE 16.30 – AULA 102

Prosegue il ciclo di lectio magistralis inaugurato nel 2016. Quest’anno si presenta la lezione del professor Edoardo Tortarolo (Università del Piemonte Orientale) dal titolo: Italia-Germania relazione pericolosa o affinità elettiva?

Iniziativa in collaborazione con: Associazione Nazionale Ex Deportati nei campi nazisti | Casa della Cultura | Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea | Fondazione Isec | Fondazione Memoria della Deportazione | Istituto Bergamasco per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea | Istituto Lombardo di Storia Contemporanea | Istituto Nazionale Ferruccio Parri | Lapsus – Laboratorio di analisi storica del mondo contemporaneo | Palazzo Moriggia – Museo del Risorgimento

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La didattica secondo un approccio di public history: il caso di Uranica.

Intervento di Zeno Gaiaschi (Lapsus)

Intervento di Zeno Gaiaschi (Lapsus) al panel #6 – scuola del convegno “La public history in Lombardia. Un seminario su metodi e pratiche”.

Oggi vorrei impostare il mio discorso su una dimensione operativa, recuperando alcune suggestioni introdotte da David Bidussa stamattina e provando a mettere in fila degli stimoli di riflessione a partire dalla nostra esperienza. Mi scuseranno i colleghi se dirò alcune banalità o questioni assodate nel panorama intellettuale degli storici; tuttavia il lavoro di ricerca ci ha abituati a “fare sempre un passo indietro” quando ci troviamo di fronte ad un problema, così da ottenere un angolo di visuale necessariamente ampio, che ci permetta di capire dove abbiamo “toppato”.
E a nostro avviso con la didattica della storia abbiamo decisamente un problema.

Il problema, in soldoni, è questo:

Che senso ha studiare la storia? A che cosa serve?

La domanda non è provocatoria e vorrei che la prendeste come uno stimolo, perché è la domanda davanti alla quale ci siamo trovati davanti decine di volte al nostro arrivo in una nuova classe, soprattutto quelle di contesti più complicati.

Noi storici non siamo nuovi a questo quesito, no? Ma quanto davvero sappiamo dare una risposta a tutti quelli che si collocano fuori dai nostri convegni?

Questo è un po’ il punto di partenza, che è politico, nel senso che ha a che fare con la capacità di incidere nel presente e con le scelte, individuali e collettive. E la nostra scelta, consapevole e ostinata, è stata fin dall’inizio quella di generare impatto sociale e di farlo attraverso la conoscenza della storia.

Sì ma come?
Innanzitutto assumendo un atteggiamento di ricerca simile a quello dell’etnografo: per capire come intervenire su un contesto è necessario prima osservare ed “entrare” nel contesto.
Laboratorio Lapsus è un’associazione culturale dal 2011 ma è operativa sul territorio e nelle scuole da quando era poco più che un collettivo universitario di studenti di storia.
Fin da subito la scuola ha catalizzato la nostra attenzione, in due direzioni.

  • Sia come ambito di intervento operativo, dove andare ad applicare quelle pratiche di “comunicazione storica” o di “storia pubblica” – come la chiamavamo allora – che potevano trasformare l’insegnamento della disciplina e aiutare a quell’annosa domanda;
  • sia come campo di ricerca, ossia un luogo privilegiato (per certi versi) da studiare con la lente dello scienziato sociale, con un approccio volto a capire cosa non funzionasse (e non funzioni, tutt’ora) nell’insegnamento della storia nelle classi, con l’obiettivo di capire meglio alcune tendenze che si manifestavano all’epoca, ma si manifestano tutt’oggi nella società.

Quindi ci siamo messi in ascolto e abbiamo cercato di intercettare le frequenze delle necessità di chi vive la scuola (insegnanti e studenti); dei nostri coeatanei, che ne sono usciti e hanno intrapreso studi superiori ma anche e soprattutto chi ha scelto o si è trovato nella condizione di non farlo; delle persone con cui entravamo in contatto durante le iniziative pubbliche che promuovevamo in università e sul territorio, in contesti ufficiali e non.

“Cittadino, studente, insegnante!
Cosa non capisci del mondo contemporaneo? Che “pezzo ti manca”? Come posso io, da storico, mettermi al tuo servizio per condividere ciò che ho appreso?”

Laboratorio Lapsus ha sempre avuto quindi questo obiettivo politico: stimolare in coloro con cui interagiamo l’acquisizione di un metodo, perché chi lavora con la storia ha il privilegio di padroneggiare innanzitutto l’indagine critica, prima ancora che la conoscenza fattuale. Un metodo che fosse un motore di innesco per attivare quel ragionamento critico necessario per sfatare gli stereotipi e sbrogliare le matasse comunicative più ingarbugliate di cui è piena la nostra contemporaneità.

La costruzione concettuale dei percorsi didattici che utilizziamo è debitrice a diverse discipline, perché siamo convinti che un solo metodo non sia più sufficiente (se mai lo è stato) per comprendere il mondo contemporaneo: attingiamo quindi alla sociologia, all’antropologia, alle scienze politiche, alla geopolitica, all’economia, alla psicologia, alla pedagogia, alle scienze della comunicazione e a tutti i linguaggi che ci sembrano più utili, contaminando le nostre competenze e conoscenze ma anche imbarcando nella nostra squadra di lavoro ricercatori, operatori culturali e professionisti con diverse formazioni, che condividono con noi questo approccio aperto allo studio del passato.

Poste queste poche premesse, entrerei quindi nel vivo di “cosa facciamo”, portando un esempio che speriamo essere esplicativo:

Parlerò del laboratorio didattico Come cambia la guerra nel Novecento” un percorso strutturato in 5 incontri di taglio laboratoriale, destinato agli studenti della scuola media.

Il progetto di questo laboratorio è nato da un’esigenza: dopo gli attentati terroristici del 2015 a opera dell’Isis, diverse scuole ci hanno contattato per cercare di fare chiarezza nel mare magnum delle informazioni che stavano proliferando sul Medioriente. Dopo alcuni interventi nelle Assemblee di Istituto, abbiamo pensato di raccogliere gli stimoli derivati dalle molte domande degli studenti e delle studentesse e formalizzarli in un percorso che potesse offrire qualche punto di riferimento per comprendere i presupposti e le trasformazioni dei conflitti contemporanei. Prima ancora che fornire risposte, la questione impellente che ci siamo posti è stata quella di fornire un metodo di indagine che potesse essere fatto proprio dagli studenti e replicato in modo autonomo, per aiutare a discernere e orientarsi tra le informazioni e le fonti disponibili.

Abbiamo quindi costruito un percorso didattico che parte dai conflitti contemporanei – ad esempio il contesto siriano, il contesto ucraino, ecc. –  per andare a rintracciare lungo il corso del Novecento cosa è cambiato nelle modalità di “fare la guerra”, come sono cambiati i soggetti che la compiono, le modalità militari, trans-militari e non-militari con cui è combattuta. Si attraversano i due conflitti mondiali, la Guerra fredda, le decolonizzazioni, la fine dell’ordine bipolare, fino alle guerre asimmetriche contemporanee, rilevando continuità e rotture.

Al termine del percorso rimaneva però una questione aperta: come valutare l’apprendimento reale degli studenti? E come rendere la fase di valutazione non respingente ma un’occasione di confronto e crescita?

Abbiamo così ideato Uranica un gioco di simulazione didattica che ricostruisce uno scenario verosimile di guerra asimmetrica in cui i partecipanti, divisi in gruppi, devono affrontarsi usando le categorie analizzate durante il laboratorio e agire coerentemente con i loro obiettivi di gioco e le loro possibilità di azione effettiva, che ovviamente sono diversi a seconda della scheda-paese assegnata.

La prima sperimentazione è stata svolta nel 2016 con alcune classi terze di una scuola media di Cinisello Balsamo e ha riscosso un buon successo; l’edizione successiva è stata implementata anche grazie ai suggerimenti e ai contributi ricevuti durante le fasi di debriefing dagli studenti e dagli insegnanti delle classi coinvolte.

Noi non ci siamo inventati nulla, sia chiaro. Siamo debitori nei confronti delle concettualizzazioni di didattica della storia di Ivo Mattozzi, del gruppo di Clio ‘92, delle riflessioni sull’uso e abuso della storia di Aldo Giannuli, della didattica ludica di Antonio Brusa e della sua “scuola”. Ma anche per la formalizzazione dei nostri metodi didattici abbiamo proceduto “al contrario”: siamo partiti dalla pratica e dal “campo” per rivolgerci alla teoria in un momento successivo, di maggiore maturità.

In questo nostro modo di servirci della storia – uso proprio questo termine, per riportarci alla domanda dell’inizio – c’è un aspetto fondamentale ed è il confronto con gli studenti e le studentesse sulle loro domande impellenti. La ricezione e l’ascolto delle loro domande, che spesso sono più complesse di quello che possono sembrare, per noi è imprescindibile per costruire un percorso didattico efficace.

Questo ovviamente ci mette nella condizione di non ripetere mai due laboratori sullo stesso tema nello stesso modo, riadattando sempre i contenuti ai contesti. È un lavoro innegabilmente faticoso ma che non dobbiamo fare da soli: coinvolge infatti tutto il gruppo, in un processo di confronto e rielaborazione che è sempre collettivo.

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Lapsus a Padova per la Seconda Conferenza di Scienze Sociali

Oltre a al primo convegno di Public History a Ravenna questo giugno parteciperemo anche alla Seconda Conferenza di Scienze Sociali dove terremo un workshop dal titolo “Fra Accademia e Società: quali sfide per un’associazione di divulgazione?” durante la terza giornata del convegno, che sarà dedicata a «Connettere l’Accademia con il “mondo esterno”». Per pre-iscriversi al workshop è preferibile compilare il modulo di adesione.

 

Il Corso di dottorato in scienze sociali: interazioni, comunicazione e costruzioni culturali dell’Università degli Studi di Padova ospiterà la seconda conferenza nazionale interamente organizzata da e per dottorandi e dottorande.

A partire dall’esperienza dello scorso anno, riproponiamo la formula della PhD Conference come momento di scambio tra dottorandi e dottorande, provenienti da diversi percorsi disciplinari e realtà universitarie, all’interno di un’atmosfera informale, dove poter presentare i propri progetti di ricerca, impegnandosi in un dibattito critico e costruttivo su prospettive teoriche e di ricerca, metodologie e risultati empirici.

Per questo è incoraggiata la partecipazione sia di chi si trova nelle prime fasi del percorso sia di chi, trovandosi in una fase più avanzata, desidera impegnarsi in un dibattito critico sul proprio lavoro. Quest’anno, al fine di promuovere spazi interattivi di discussione e confronto rinnoviamo il format della Conferenza dedicando la terza giornata ad attività partecipative per le quali è aperta una call for proposal.

QUI il programma della Conferenza.

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Lapsus a Ravenna per il primo convegno nazionale di Public History

In occasione del primo convegno nazionale di Public History che si terrà a Ravenna dal 5 al 9 giugno presenteremo il nostro lavoro ‘900 criminale – mafia, camorra e ‘ndrangheta, itinerario multimediale sull’evoluzione della criminalità organizzata dalle origini alla globalizzazione. Il convegno sarà la prima occasione italiana in cui tutte le realtà come Lapsus impegnate a vario titolo nei progetti di Public History si potranno incontrare in un’unica sede per confrontarsi. In quell’occasione nascerà anche la Associazione Italiana Public History.

Eravamo stati selezionati anche per tenere un panel insieme ad alcuni relatori dell’Università di Lincoln impegnati nel progetto International Bomber Command Centre ma purtroppo a causa di alcuni problemi tecnici non è stato possibile programmarlo.

Per il programma completo dei 5 giorni rimandiamo al sito ufficiale della costituenda AIPH.

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La trattativa Stato-mafia e la storia d’Italia

Le foto della serata di Margherita Magni

Giovedì 5 giugno 2014
Ore 20.45, sala incontri
Centro Culturale Il Pertini
Piazza Confalonieri 3
Cinisello Balsamo, MI

La trattativa Stato-mafia e la storia d’Italia

Cosa accadde nella Sicilia dei primi anni ’90? Che significato assume la “trattativa Stato-mafia” nella storia d’Italia? Proviamo a discuterne presentando l’ultimo libro di Salvatore Lupo e Giovanni Fiandaca “La mafia non ha vinto” (Laterza, 2014): un’occasione per dare modo ad autorevoli osservatori di confrontarsi su una fase complessa e travagliata della nostra storia recente.

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Un mondo senza Wall Street? | Audio e materiali

clicca sulla locandina per ingrandirla!

Mercoledì 28 marzo 2012

Un mondo senza Wall Street?

“Perché la crisi non è finita? I governi annunciano che il peggio è passato. Perché si sono sbagliati e si sbagliano ancora in modo così clamoroso?”

Due incontri con
Francois Morin, Professore emerito di scienze economiche all’università di Toulouse-I, già membro del consiglio generale della Banca di Francia, autore del libro “Un mondo senza Wall Street?” e consulente economico di Francois Hollande nella corsa alle presidenziali francesi;

Leggi e sfoglia on line il dossier a cura di Lapsus!

Ore 14.30, aula Crociera Alta

Università degli Studi di Milano
Via Festa del Perdono 7
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Ore 20.30, Casa della Cultura di Milano

Via Borgogna, 3
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Intervista a Francois Morin, di RadioPopolare


Trascrizione a cura di Greta Fedele (Lapsus), dell’intervista a Francois Morin di Radio Popolare.

Francois Morin, sessantasette anni, è un economista che insegna all’università di Tolosa. La sua biografia professionale non è solo quella dell’accademico, Morin è stato anche ai vertici della banca di Francia. Negli ultimi giorni è venuto in Italia per presentare il suo ultimo libro edito da Tropea. Un mondo senza Wall Street? Questo l’interrogativo contenuto nel titolo. È possibile sostiene Morin con un’argomentazione che rimette nelle mani della politica lo scettro del governo di alcune delle più importanti variabili dell’economia finanziaria. I cambi, dice l’economista, le monete, i tassi di interesse, il costo del denaro. I governi devono rimettere le mani su queste variabili, perché su di esse, dice Morin, la grande finanza speculativa ha costruito il castello di carta delle scommesse che sono contenute in tutti i prodotti derivati frutto dell’ingegneria finanziaria di questi decenni. Morin avverte, però, “attenzione la prossima crisi finanziaria sarà l’ultima del mondo con Wall Street” Perché? Da qui comincia la nostra intervista.

“La mia risposta tiene conto del fatto che dopo la crisi finanziaria e dei debiti sovrani, che conosciamo ora, le logiche finanziarie di questa finanza globale non sono cambiate e quindi dobbiamo attenderci una crisi ancora più grave, poiché gli Stati alla fine non potranno rispondere a questa crisi, perché gli Stati sono esangui. Non avranno i mezzi di bilancio, le risorse di finanza pubblica sia per ricapitalizzare le banche sia per sostenere l’economia come hanno fatto in occasione dell’ultima crisi.”

Lei sostiene nel suo libro che dopo il prossimo decisivo crack finanziario la politica dovrà subentrare allo strapotere dei mercati. Dice, cioè, che i governi dovranno mettere mano a una delle cause del crack cioè l’immenso mercato dei prodotti derivati. Ma finora, Professor Morin, la politica si è mostrata subordinata al potere della grande finanza. Perché dovrebbe accadere domani ciò che non è accaduto finora?

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Il futuro è lontano

Il percorso sul rapporto tra università e lavoro è una delle novità che abbiamo introdotto dopo la nascita della nostra associazione, alcuni mesi fa. Non siamo ovviamente in grado di promettere un lavoro a nessuno, tantomeno a noi stessi, ma in un momento di crisi profonda come quello che stiamo attraversando, abbiamo ritenuto urgente e necessario affrontare questo percorso.

L’impegno che vogliamo prendere è quello di favorire una migliore conoscenza del mondo del lavoro tra gli studenti, sia per quanto riguarda le sue esigenze, e le conseguenti innovazioni e modifiche che la struttura e la concezione dei nostri corsi di laurea dovranno affrontare al più presto, sia per quanto riguarda un rilancio della cultura del lavoro, sempre più inesistente nelle nostre generazioni, in balia delle ingannevoli e rapaci onde della precarietà.

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