Scuola Aiso “IL ’68 E LA DIGITAL ORAL HISTORY”

Il 10 e l’11 ottobre si è tenuta una scuola Aiso (Associazione Italiana di Storia Orale) a cui abbiamo deciso di partecipare come Lapsus. Il tema era “il ’68 e la digital oral history”, che ci sembrava un interessante punto di partenza per tante riflessioni tra storia e memoria.

Dopo due anni di raccolta di interviste per l’IBCC Digital Archive e per l’ANED, oltre che per il progetto Sopra il Vostro Settembre, ci siamo trovati a mettere in pratica approcci diversi; confrontandoci tra di noi è emersa quindi la volontà di partecipare ad un momento formativo per confrontarci con altri ricercatori e ricercatrici che stanno compiendo lavori di storia orale e di esplorare le linee guida di un’associazione che ad oggi è un importante riferimento nazionale.

La due giorni, impostata in modo seminariale, ha previsto una parte generale di introduzione ai metodi della storia orale e una parte più focalizzata sul tema del ‘68. Per i tanti e interessanti temi emersi, abbiamo pensato di condividere un resoconto della nostra esperienza.

Giorno 1. Location: Base (Milano)

Mattino

Il primo impatto ci ha lasciati piacevolmente stupiti. La composizione dei partecipanti è davvero variegata per genere, età, formazione e attività svolta. Ci sono ricercatori e ricercatrici più o meno esperti/e e più o meno strutturati/e, giovani dottorandi/e, insegnanti e presidi, ex partecipanti alla stagione del Sessantotto, attivisti/e ed entusiasti autodidatti.

Questo paesaggio umano variopinto non è scontato nell’ambito storico. In qualche modo ci siamo sentiti subito in un ambiente dinamico e per nulla “ingessato”, dove non passava la percezione di parlare solo “alla propria crew”.

La mattinata è dedicata ad un’introduzione generale sulla storia orale con un intervento di apertura di Alessandro Casellato, nuovo presidente dell’AISO, seguito da quello di Giovanni Contini, suo predecessore. Per quanto fossimo già introdotti alla disciplina, abbiamo trovato interessanti le sintesi proposte dai relatori, che hanno puntato alla dimensione operativa della storia orale, fornendo utili linee guida per la realizzazione delle interviste e delle ricerche.

Tra le tante suggestioni, una in particolare ci ha colpiti perché vicina alle questioni che abbiamo incontrato nel nostro percorso di ricerca e che schematizza le problematiche relative alla formazione della memoria collettiva.

Avendo lavorato in particolare con le testimonianze di comunità che hanno avuto una forte presenza partigiana e vissuto stragi nazifasciste, Contini si è trovato più volte ad ascoltare le testimonianze di persone che imputano alle formazioni partigiane le colpe delle stragi di rappresaglia compiute dai tedeschi (è il fenomeno delle memorie divise, sintetizzato dallo stesso Contini nel saggio in bibliografia). Il falso ricordo dei suoi intervistati non è reso meno vero dalla confutazione fattuale svolta dallo storico: ciò che è vero per la comunità, lo è perché è socialmente accettabile e perciò accettato.

La memoria collettiva è quindi la contrattazione, ossia la censura e il filtro che la comunità applica su un dato evento, è una spiegazione condivisa, poichè accettabile per tutti, quindi “vera”. Come ricercatori non è utile “smontare” esplicitamente la versione degli intervistati, quanto piuttosto può essere interessante entrare nella loro narrazione e cercare di coglierne i meccanismi, per comprendere come si è formata, su quali basi si è poggiata e come si è diffusa nella comunità.

Un’altra suggestione su cui è stato stimolato un confronto tra i partecipanti riguarda la spinosa questione della conservazione del materiale registrato, connessa con la questione della responsabilità del ricercatore davanti ai propri intervistati. Se è vero che tante risorse vengono e devono essere investite nella ricerca di nuovi metodi per una conservazione possibilmente eterna e accessibile da un pubblico sempre più ampio, si pone, sul fronte opposto, una questione relativa all’opportunità di distruggere tale materiale.

Contini usa il caso rappresentato dalle interviste svolte da Manlio Calegari ai membri della formazione partigiana genovese “Balilla”. Calegari intrattiene con essi una relazione pluridecennale e riesce, con questo grado di confidenza, a far emergere dai loro scambi molte informazioni private e davvero intime dell’esperienza resistenziale. Questo è stato possibile solo in virtù dello speciale rapporto che Calegari e i suoi intervistati hanno saputo costruire nel tempo e, ora che sono venuti a mancare, il ricercatore si pone il problema di cosa fare di questo materiale così delicato: renderlo pubblico “tradendo” la confidenza unica che gli fu accordata, o distruggerlo preservandone la privacy ma potenzialmente danneggiando la comunità dei ricercatori che si occupano di questi temi?

La storia orale non prescinde quindi da una dialettica di fiducia e adattamento reciproco tra intervistatore e intervistato e la questione della conservazione sempre e comunque non è una scelta da dare per scontata.

Dall’intervento di Contini si apre un intenso dibattito, aperto da un primo contributo che ruota intorno all’antica (ed evidentemente mai digerita) questione “oggettivo/soggettivo”, o meglio “verità/interpretazione”. La “fonte orale” (termine peraltro improprio) è quindi meno oggettiva delle fonti “dure”? Come arrivare a sintesi della tensione tra parola e verità?

Posta l’ovvia considerazione che anche le fonti “dure” non sono da considerare come verità assolute (sono soggette anch’esse a interpretazione, falsificazione, visione soggettiva di chi le consulta, ecc.), la fonte orale ha però una peculiarità: non è disponibile pubblicamente e molto spesso (quasi sempre) non viene versata in archivi, rendendo molto difficile un riutilizzo a fini di ricerca della stessa fonte. Non solo. A livello metodologico, la mancata condivisibilità della fonte con la comunità scientifica la sottrae da un possibile dibattito critico, come invece può accadere con le fonti accessibili a tutti. Un ulteriore elemento caratteristico della fonte orale è che è sempre in qualche modo determinata dal rapporto tra l’intervistatore e l’intervistato: è costruita dal ricercatore e in particolare dalla relazione dialogica che intrattiene con l’intervistato, dalle domande che sceglie di fare, come le fa, ecc. La testimonianza che si basa sulla memoria ha poi la caratteristica di essere una rielaborazione soggettiva sottoposta alla variabile del tempo, il quale influenza la percezione dei ricordi e il giudizio morale sugli eventi/fatti (come approfondirà Bruno Cartosio nella sessione pomeridiana). E anche per questa ragione è improprio definirla “fonte”.

Spunti di approfondimento:

  • P. Cavallari – A. Fischetti, Voci della vittoria. La memoria sonora della Grande guerra, Donzelli, 2014 [basato sulla raccolta di dichiarazioni dei protagonisti della WW1 “La Parola dei Grandi”, registrate tra il ‘24 e il ‘25 da Rodolfo De Angelis, più info qui]
  • M. Capecchi – R. Martone, Memorie di “classe”. Lavorare a scuola con le fonti orali per leggere il mondo contemporaneo, Massari Editore, 2005
  • R. Garruccio, Resoconto del convegno di Belfast, sulla deontologia e le implicazioni legali della ricerca orale
  • G. Contini, Verba Manent. L’uso delle fonti orali per la storia contemporanea, Carocci, 1993
  • G. Contini, S. Paggi, La memoria divisa: Civitella della Chiana 29 giugno 1944 – 1994, ManifestoLibri, 1996
  • P. Jedlowski, Storie comuni. La narrazione nella vita quotidiana, Bruno Mondadori, 2002

Pomeriggio

La sessione pomeridiana si è basata su approcci, ricerche e testimonianze “per una storia orale del ‘68”. Sono intervenuti Marco Lo Cascio, Bruno Cartosio, Uliano Lucas e i curatori della mostra Un grande numero. Segni immagini parole del 1968 a Milano.

Marco Lo Cascio, giovane ricercatore romano dell’Istituto Parri, presenta il progetto a cui sta collaborando: una raccolta di testimonianze di chi ha vissuto il ‘68 in modo più tangenziale rispetto ai grandi protagonisti. Il target degli intervistati comprende coloro che erano 15-30enni all’epoca, non solo appartenenti al movimento studentesco, non solo abitanti in aree urbane e di tutte le classi sociali. Gli intervistati sono perlopiù i partecipanti più inconsapevoli e più marginali, oppure chi si è esplicitamente opposto al movimento. L’obiettivo è cogliere una sorta di racconto corale del ‘68, visto da quanti più punti di vista possibili.

Il più grosso punto critico che abbiamo rilevato è che non è ancora chiara la finalità, intesa come ricaduta (o output), che avrà questo progetto di raccolta, lasciando aperto il problema della conservazione delle interviste, della loro archiviazione e indicizzazione. Si presenta quindi come un progetto che ha un forte potenziale di interesse pubblico ma risente di qualche debolezza per quanto riguarda il coordinamento e direzione.

Per gli “addetti ai lavori”:
Le linee guida seguite prevedono videointerviste a “racconto di vita” in luoghi scelti dagli intervistati; è stata scelta l’inclusione degli intervistatori nell’inquadratura. Talvolta sono state realizzate videointerviste di gruppo per favorire il dialogo tra gli intervistati. Sono state realizzate interviste sia con più intervistati sia con più intervistatori. Il contatto con i soggetti è avvenuto per reti di conoscenza. E’ interessante, su quest’ultimo aspetto, osservare che si tratta di una ricerca sulla “maggioranza”: mentre di solito le ricerche si concentrano su una minoranza (i deportati, gli esuli, in questo caso i vertici, gli attivisti del movimento).
Un ulteriore elemento interessante scaturito da questa presentazione riguarda la possibilità di rimaneggiare il materiale prodotto. Evidentemente se l’utilizzo che ne si vuole fare è altro dalla conservazione può essere utile operare dei tagli e delle integrazioni, tenendo una versione originale intatta. Ma anche per la ricerca e per l’archiviazione si pone la questione dei tagli, poiché in alcuni casi potrebbero aiutare il ricercatore o l’archivista nell’utilizzo della fonte. Quindi se da un lato ogni decisione del ricercatore in merito alla selezione delle parole dell’intervistato comporta un uso in qualche modo “decontestualizzato” rispetto al racconto integrale (un silenzio prolungato, ad esempio, per la ricerca può invece essere importante: può denotare imbarazzo, difficoltà di concettualizzazione, dolore, ecc.); dall’altro si pone la questione della creazione di un documento agevole per il suo utilizzo futuro. Di fronte ad un prodotto estremamente lungo e pesante, il suo utilizzo diventa problematico sia dal punto di vista dell’archiviazione, ambito in cui lo spazio, anche digitale, è un elemento importante, sia dal punto di vista del riascolto o della visione dell’intervista. Resta quindi da approfondire e da definire a livello metodologico lo strumento del taglio, anch’esso non naturalmente, né indiscutibilmente esterno al bagaglio dello storico orale.


A Lo Cascio segue l’intervento di Bruno Cartosio che mette in luce una serie di elementi imprescindibili per la realizzazione di progetti di storia orale sul ‘68.

In particolare la sua lezione si impernia sulla questione della “prospettiva” sugli avvenimenti, come perno attorno a cui ruota la raccolta di testimonianze. Per chi l’ha vissuto in prima persona come momento/evento denso di significato politico, il ‘68 non è solo un oggetto di ricordo, con tutte le problematiche legate alla conservazione della memoria e alla sua selettività, ma è anche soggetto ad un ripensamento critico.

La prospettiva sugli avvenimenti si compone schematicamente di due fattori: memoria e opinione.

La memoria è soggetta al passare del tempo, sfuma alcuni aspetti, li rende più frammentari, li rielabora, li rimuove, ecc.. ma anche l’opinione, intesa come “valore + giudizio” su un fatto esperito, subisce un fenomeno simile. A distanza di tempo una persona può non riconoscersi più in quello che essa stessa è stata in passato.

Alla lunga, l’opinione prevale sulla memoria, determinando una rielaborazione del ricordo.

“Orale sì, ma è anche Storia!”

Cartosio mette in guardia sull’importanza di non rimanere “schiacciati” sulla testimonianza. Nel lavoro di uno storico orale il lavoro interpretativo ha la stessa importanza che per le altre branche della disciplina e avviene tramite la sintesi e la razionalizzazione dei contenuti. Dopo averla registrata, la testimonianza integrale diventa “fonte” ma attraverso la rielaborazione critica del ricercatore/storico diventa “altro”.
Nelle testimonianze degli intervistati non si trova “la verità”: la storia non viene disvelata, trovata lì, dentro una testimonianza; non è già contenuta nelle parole di chi intervistiamo. Essa viene prodotta dall’intervento e dall’azione dello storico, ossia dall’interpretazione delle fonti. Tramite il lavoro del ricercatore (selezione, comparazione, sintesi, ecc.) la “fonte orale” passa da narrazione a elaborato di ricerca.

Spunti di approfondimento:

  • B. Cartosio, Parole scritte e parlate. Intrecci di storia e memoria nelle identità del Novecento, Soc.Mutuo Soccorso E.De Martino, 2016

Per cogliere il senso del tempo era necessario riuscire a cogliere il cambiamento

Uliano Lucas

Ultimo intervento del pomeriggio è di Uliano Lucas, che offre un punto di vista personale e iconico del ‘68. Dopo il racconto della sua esperienza di fotoreporter nella stagione dei movimenti studenteschi, ci dipinge un quadro d’insieme sulla condizione del fotoreportage in quel periodo. Lucas passa in rassegna la produzione di immagini fotografiche del ‘68 pubblicate dalle principali testate giornalistiche, spiegando le problematiche legate al lavoro dei fotoreporter: vendere le fotografie alle diverse testate comportava un adeguamento dell’occhio di chi scattava alla linea editoriale del giornale che avrebbe dovuto ospitare le immagini. Questo ha prodotto molte immagini del ‘68 che non tengono conto del senso di quel momento.
Per cogliere il senso del tempo era necessario riuscire a cogliere il cambiamento – delle città, dei costumi, delle modalità di aggregazione, ecc. – che stava avvenendo mentre stava avvenendo. La selezione di fotografie inserite nella mostra Un grande numero. Segni immagini parole del 1968 a Milano esposta al Base è il tentativo di Lucas di cogliere questo cambiamento e rappresenta uno dei due “binari” del percorso espositivo.


Al termine del pomeriggio i curatori della mostra Giorgio Bigatti, Bruno Cartosio, Uliano Lucas, Sara Zanisi hanno presentato il lavoro svolto per la produzione della mostra. Tra i tanti spunti interessanti, è da notare il processo di costruzione condivisa che ha riguardato i contenuti e la scelta grafica: sono stati coinvolti degli studenti dello Iuav di Venezia, che si sono “appropriati” dei temi e li hanno trasformati in prodotti grafici e parzialmente rielaborati secondo una propria chiave di lettura.

La mostra prevede diverse chiavi d’accesso ai temi del ‘68 ed è di grande impatto visivo, anche grazie alla vasta mole di documenti e immagini di cui è composta. Visti i grandi numeri dei partecipanti alla scuola, i curatori hanno preferito suggerire una visione autonoma del percorso espositivo piuttosto che una visita guidata più strutturata, rimanendo a disposizione per eventuali domande. La grande libertà di fruizione attraverso un percorso non-strutturato (non c’è un percorso definito da seguire, se non i primi pannelli di inquadramento cronologico e geografico), rispecchia concettualmente lo “spirito del ‘68” – suggerendo una rottura degli schemi di visione tradizionali di una mostra di taglio storico – ma forse rischia di risultare un poco disarmante per chi si approccia al tema senza alcuna infarinatura.

Spunti di approfondimento:

  • U. Lucas – T .Agliani, La realtà e lo sguardo. Storia del fotogiornalismo in Italia, Einaudi, 2015

Giorno 2. Location: Fondazione Isec.

Mattino

Dopo una presentazione dei fondi ospitati da Isec a cura di Sara Zanisi, veniamo introdotti alla seconda giornata della scuola Aiso. Il primo intervento è di Bianca Pastori che ci parla di strumenti per la trascrizione delle fonti orali. Nella mattinata ci si concentrerà su aspetti più teorici, mentre nel pomeriggio si dedicherà a questo tema un laboratorio pratico.

Il lavoro di trascrizione è parte del processo di analisi dello storico orale, in quanto permette di interiorizzazione dei contenuti, sia nel caso in cui l’intervista sia stata registrata dal ricercatore, sia (e a maggior ragione) in caso di trascrizione di interviste prodotte da altri.

Il processo di trascrizione è denso di problematiche che hanno a che fare con l’interpretazione del contenuto, con la tutela di chi parla, con l’approccio etico di chi trascrive, con l’agency (ossia la capacità di intervenire sulla realtà) operata dalle parole di chi viene intervistato e, in alcuni casi, con la traduzione e la scelta dei termini più appropriati.

Sul tema dell’autorità giocata da chi scrive e parla “per conto di”, un grosso contributo alla problematizzazione viene dalla ricerca antropologica ed etnografica, che dagli anni Ottanta ha cominciato ad interrogarsi su cosa comporta “scrivere le culture”.

In sintesi, per quanto si può essere fedeli all’originale, la trascrizione non è mai una copia esatta delle parole registrate. La trascrizione è sempre un’interpretazione.

Un caso su tutti aiuta a chiarire la questione. Il dialetto: è “snaturante” tradurlo? Come ci si deve comportare davanti ad interviste in cui è necessario tradurre i contenuti per renderli accessibili a chi non può comprenderli direttamente dalle parole degli intervistati? Emergono dal dibattito posizioni diverse ma in generale ci si allinea sul dare priorità alla funzionalità: se per un determinato argomento è importante conservare la parlata dialettale come elemento che aggiunge informazioni di contesto, allora è bene trascriverla così come viene pronunciata; nel caso in cui la conservazione del dialetto non aggiunga alcuna informazione alla trascrizione, può essere più funzionale dare priorità alla semplicità di lettura, traducendola in italiano. In ogni caso è sempre una scelta che spetta al ricercatore e che sarebbe opportuno segnalare.

Altra questione non secondaria per chi lavora con le videointerviste è la sottotitolazione. Come trascrivere le parole a video? Quanto margine di discrezionalità ci si può prendere nella trascrizione? Non esistono risposte univoche a queste domande ma la linea guida generale su cui tutti i partecipanti alla scuola si sono trovati d’accordo è valutare di caso in caso, dando priorità alla chiarezza. In sintesi, è importante chiedersi sempre: per chi sto sottotitolando? Per chi sto trascrivendo? Con quali finalità?

Per gli “addetti ai lavori”:
Esistono diversi stili di trascrizione ma possono essere tracciate alcune linee guida generali:
fedeltà: mantenere la parlata originale, comprese le false partenze, le interruzioni, il tentennamento, ecc. in un secondo momento è possibile eliminare le ripetizioni, o altri fattori che possono creare difficoltà nella lettura;
marcare la differenza tra le citazioni tratte dalle parole degli intervistati e i riassunti propri;
nel caso in cui non sia possibile trascrivere integralmente, indicizzare con riassunti argomento per argomento;
decidere un codice univoco per indicare le parole incomprensibili, le sovrapposizioni di parole, le interruzioni, ecc.
rendere disponibili le informazioni di contesto, soprattutto per futura consultabilità. Luogo, data, come si è decisa l’intervista, se è stata firmata una liberatoria, quale supporto tecnico si è usato e il nome file originale, possono essere sufficienti.

Spunti di approfondimento:


La mattinata prosegue con la relazione di Francesca Socrate che presenta la decennale ricerca sulla memoria del ‘68, che ha portato alla pubblicazione del libro Sessantotto. Due generazioni (Laterza, 2018),di cui seguirà una presentazione nel pomeriggio.

Il metodo di analisi è la linguistica dei corpora, usata nella disciplina storica in Francia già dagli anni ‘70, mentre in Italia è usata soprattutto da sociologi e linguisti. Essa si basa su più corpus di interviste, trascritte e digitalizzate, che vengono usate come fonte per l’analisi del linguaggio. La linguistica dei corpora, combinata alla storia orale sono un esempio di come la ricerca quantitativa può essere di valido supporto ad una ricerca qualitativa, ossia come i due approcci possano intrecciarsi in modo efficace.

Il corpus è di 63 interviste rivolte a chi era in università tra il ‘67 e il ‘68, ovvero individui nati intorno agli anni ‘40; il contesto di osservazione è urbano: Torino, Firenze, Milano, Roma, Napoli; sono stati considerati come campione generi, origini sociali, percorsi di studio superiore diversi. Per il suo lavoro di analisi Francesca Socrate utilizza il software TaLTaC2, uno strumento di lettura automatica dei testi utile per lavorare su un grande corpus di interviste per individuare parole e forme espressive ricorrenti.

Socrate è partita da una domanda di ricerca precisa: sull’esperienza del ‘68 ci sono memorie diverse a seconda dell’età avuta al tempo dei fatti? Sì, ci sono delle differenze sostanziali, seppur “sfumate” e non eccessivamente nette. Dalla ricerca linguistica sulle interviste che ha condotto emerge una differenza espressiva tra due generazioni del ‘68.

Nel suo campione di interviste, coloro che sono nati prima del ‘45 fanno conoscenza della politica in modo tradizionale e hanno un habitus borghese più marcato, come ad esempio un marcato senso etico della responsabilità nella politica; i nati dopo il ‘45 sono maggiormente portatori di istanze di liberazione individuale e nelle loro memorie parlano della cultura giovanile prevalente rispetto all’irreggimentazione politica.

La prima generazione, che tendenzialmente si avvicina alla politica ancora secondo modalità tradizionali, attraverso le federazioni giovanili dei partiti, parla dell’esperienza vissuta usando la terza persona e usando il passato remoto (“il movimento studentesco fece”; “i partiti risposero”), cercando di darne una visione oggettiva. Tra le occorrenze si trovano con più insistenza le sigle dei principali partiti dell’epoca e la parola “rivoluzione”.

La seconda generazione si accosta al movimento studentesco in modo più libero, seguendo l’esempio dei più grandi, parla della propria esperienza in prima persona e usando l’imperfetto (“all’epoca facevo parte del movimento…”), tra le occorrenze interessanti ci sono “liberazione” e l’uso della particella “mi” che denota soggettività nel racconto dell’esperienza. Una cosa curiosa è che una delle occorrenze più significative associa “mi” a “piaceva” e spesso, analizzandone i singoli contesti, si vede la correlazione “non capivo, ma mi piaceva”, sintomo di una più scarsa consapevolezza ma di un più alto grado di spontaneismo.

Per gli “addetti ai lavori”:
Il software presenta il numero di occorrenze (le parole ricorrenti) in modo progressivo, aiuta a individuare un “vocabolario specifico” dei gruppi affini analizzati (età, genere, ecc.) ed è utile per capire le ricorrenze narrative dei soggetti presi in esame (come ad esempio, quanto variano le forme espressive a seconda del genere, dell’estrazione sociale, ecc.).
Dal punto di vista statistico le occorrenze sono molto distanti dal caso (p value bassissimi).

Per una discussione critica dei contenuti della ricerca si rimanda alla presentazione del pomeriggio.


La mattinata si chiude con la relazione di Claudio Cipelletti, insegnante della Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti che da qualche anno ha avviato dei progetti annuali di cinema immersivo con gli studenti del corso di nuove tecnologie. Nel corso si insegnano le tecniche per la realizzazione di video in Realtà Virtuale (VR), Realtà Aumentata (AR), Video 360, Interactive 360 video e Immersive AR+VR, una combinazione dei primi due.

Piuttosto che un approccio orientato alla finzione, la scelta didattica degli insegnanti è stata di far partire gli studenti dal contenuto reale, e in particolare eventi storici, con l’obiettivo di fornire agli archivi e agli istituti di conservazione e di ricerca, degli strumenti efficaci per rendere più appetibili al grande pubblico i contenuti di cui dispongono.

La domanda che ha guidato la scelta è stata: come rendere lo strumento, ossia il cinema immersivo, funzionale alla valorizzazione del patrimonio? Come rappresentare un evento storico al meglio possibile in modi con cui altrimenti non sarebbe possibile raccontarlo?

Tra i progetti realizzati, dal 2014 ci sono:

  • Videomapping Milan Bombing 1944, è un progetto di videomapping con proiezione su edifici sui bombardamenti a Milano durante la Seconda guerra mondiale;
  • “Factory’s ghost”, un progetto AR basato sulla storia della sede della scuola, la storica Manifattura Tabacchi. Puntando il cellulare in alcuni punti specifici dell’edificio appaiono delle lavoratrici dell’epoca con cui è possibile interagire*.
  • In occasione dell’anniversario del Referendum del 1946 monarchia vs repubblica, nel 2016 è stato realizzato un progetto 360 video che ripercorre il clima dell’epoca. Nel video ci troviamo davanti ad una scena con una tavola imbandita, la sera prima del 2 giugno, con una famiglia dell’epoca che discute sulla scelta che li aspetta il giorno successivo.
  • Nel 2017, in occasione della ricorrenza dell’affondamento del Mafalda (1927) è stata realizzata una proiezione su spazi pubblici;

Quest’anno il tema è stato il ‘68, attraverso la realizzazione di un video immersivo 360 da titolo ’68 Reloadedin cui ci troviamo in una scuola occupata dove assistiamo alle discussioni in assemblea.

Gli studenti della scuola civica di cinema sono stati coinvolti nello studio delle fonti documentali e fotografiche, da cui hanno tratto ispirazione per l’allestimento di un set nella propria scuola e per i dialoghi del video. Sono stati coinvolti degli attori, che hanno interpretato alcuni personaggi simbolici, come il capo del collettivo, la ragazza del capo, il professore, ecc., per i quali è stato scritto un soggetto dettagliato. L’interpretazione dei personaggi non si è limitata al video; gli studenti si sono chiesti: come sarebbe stato avere Instagram durante il Sessantotto? Sono stati creati quindi dei falsi profili dei “sessantottini” che, nei giorni precedenti al lancio del video, hanno vissuto e postato immagini e documenti dell’epoca: seguendo la loro narrazione degli eventi veniamo accompagnati fino al giorno dell’occupazione.

Per gli “addetti ai lavori”:
Interessante lo sviluppo dell’interpellazione nel progetto “Factory’s ghost”, ossia il meccanismo per il quale un soggetto della scena viene richiamato dallo sguardo dello spettatore e ci parla direttamente. Per i dialoghi sono state usate delle interviste orali alle lavoratrici. Sia per il progetto “Monarchia vs Repubblica” che per quello sul ‘68, l’audio è sempre spazializzato, ossia cambia in base alla nostra posizione all’interno della scena.


Pomeriggio

Bianca Pastori riprende il tema della trascrizione iniziato nella mattina presentando brevemente CLARIN, il network di ricerca composto da ricercatori di scienze umane e tecnici (ingegneri del suono, webdesigner, ecc.) che hanno messo in comune le proprie competenze per affinare gli strumenti per la trascrizione di materiali audio.

Nella sessione laboratoriale del pomeriggio vengono quindi presentati e sperimentati alcuni software di trascrizione che non automatizzano il processo ma lo rendono sicuramente più agevole. Ecco un breve elenco dei software che abbiamo esplorato.

  • Otranscribe ha il vantaggio di non copiare i file su un cloud esterno (del software o di terzi): il file rimane nella memoria interna del proprio computer, rendendolo quindi particolarmente indicato soprattutto per chi maneggia interviste “delicate” dal punto di vista giudiziario. È un supporto alla trascrizione manuale: facilita il lavoro ma non trascrive automaticamente. Ha un’interfaccia intuitiva, abbastanza di base. Offre la possibilità di inserire un timecode interattivo che funziona bene come marker per indicizzare l’intervista, ma non è possibile esportare direttamente un file con timecode (es. file .srt, per i sottotitoli). Supporta solo .mp4 (no .wav).
  • Elan è un software da scaricare ed è un sistema di trascrizione manuale che permette anche trascrizione fonetica. È indicato per le interviste doppie/di gruppo perché rende possibile creare tante “stringhe” sulla timeline quanti sono i partecipanti all’intervista; nelle “stringhe” è possibile trascrivere il parlato di ciascuno, incluse eventuali annotazioni. Ad ogni “stringa” è possibile assegnare dei metadati specifici, come informazioni di contesto, luogo, data, ecc. Permette di assegnare, insieme al timecode, una sezione specifica sulla gestualità o altre sezioni di notazione al video/audio. L’interfaccia non è molto intuitiva.
  • Voyant si appoggia ad un cloud proprietario, quindi è meglio non usare questo strumento in caso di informazioni sensibili di carattere giudiziario ecc. È utile per rivelare le occorrenze in un testo. L’analisi del testo è visualizzabile in forma di tabella o attraverso rappresentazioni grafiche, come la wordcloud; i dati sono esposti in percentuale e in numero assoluto; offre anche un grafico del trend delle parole nel testo, ossia una statistica di quanto ricorrono certe parole e in quale momento dell’intervista. È possibile escludere alcune parole dall’analisi (es. congiunzioni, ecc.).

Dall’ultimo convegno CLARIN si ha la notizia che un software in italiano per la trascrizione automatica del testo, che comprende il riconoscimento delle parole e la trascrizione contestuale, è in fase di sperimentazione. Ne esistono già delle versioni per la lingua inglese e tedesca.


Chiude la scuola AISO la presentazione del libro di Francesca Socrate “Sessantotto. Le due generazioni” (Laterza, 2018), con Roberta Garruccio (Università degli studi di Milano), Peppino Ortoleva (Università degli studi di Torino), Sara Zanisi (Fondazione ISEC).

F. Socrate, Sessantotto. Due Generazioni, Laterza, 2018

Roberta Garruccio inizia la presentazione del libro da un’osservazione non banale. Nonostante i moltissimi titoli “anniversaristici” usciti in occasione del cinquantenario del Sessantotto, la ricerca di Socrate è un prodotto originale, frutto di un progetto più che decennale; “Sessantotto. Le due generazioni” è una ricerca densa di contenuti ma ha una struttura chiara e sintetica – in 170 pagine condensa metodo e risultati del lavoro – e ha un’appendice di dati e documenti – ossia fonti primarie – di oltre 80 pagine, permettendo così ad altri ricercatori di partire da qui per nuovi studi.

“Cosa siamo noi, testimoni, una parte in causa o trasmettitori?” 

Pierre Nora

L’autrice parte da una difficoltà. Data la sua personale esperienza di ricercatrice ma anche di protagonista di quegli anni, partecipa in modo attivo alla memoria dell’argomento su cui lavora, dovendo quindi operare un doppio lavoro: la sintesi e l’analisi del ricordo dei soggetti che intervista e parallelamente la sintesi e l’analisi del proprio ricordo soggettivo. Si dichiara apertamente nelle prime pagine del libro e mette in luce esplicitamente questa difficoltà, rendendola manifesta e inserendola nel lavoro critico complessivo.

La ricerca mette in relazione funzionale aspetti quantitativi e qualitativi, così come fa dialogare la dimensione macro e quella micro, ponendosi la questione di come operare il passaggio di generalizzazione. Il rapporto tra quantitativo e qualitativo non è oppositivo ma ragiona in modo efficace sui rapporti di causalità e singole specificità. Garruccio è esplicita nel mettere in rilievo come troppo spesso si sceglie di non lavorare con metodi quantitativi perché non lo si sa proprio fare (!), trincerandosi nella difesa del qualitativo a oltranza perché non si è in grado di far dialogare i due metodi.

Questa ricerca è un valido contributo per smontare l’opposizione binaria sul ‘68: fu modernità o arcaismo? Basandosi sulle interviste ai partecipanti, Socrate costruisce una base per l’analisi linguistica di corpora finalizzata a cogliere le occorrenze lessicali e semantiche della narrazione sul ‘68. Ne emergono effettivamente “due generazioni”, i nati pre 1945 e i post ‘45, che usano modi di rappresentarsi in quell’evento diversi tra loro – chiaramente è una questione “sfumata”, non tagliata con l’accetta. Le categorie di “giovani” e “generazioni” sono usate senza forzature nella ricerca, esprimendo tutte la consapevolezza della loro scivolosità.

Il ‘68 perde la sua dimensione epica e identitaria, cristallizzata per lungo tempo, per essere ricollocato nell’alveo dei racconti di chi l’ha vissuto, non per smontarne il portato storico ma anzi per renderlo più complesso.

“il personale è politico”

Ortoleva si inserisce sul tema della narrazione del ‘68, mettendo in luce come esistano tre filoni interpretativi prevalenti: lo “spiegone” di chi pretende di essere portatore della verità ultima, di chi estende la propria analisi a verità universale; l’interpretazione di sé nel ‘68, che si basa sulla ricerca dell’epica e ne esalta il ricordo; la minimizzazione, che punta a reinserire il ‘68 nel contesto della temperie politica degli anni Sessanta, banalizzandone il portato storico.

La ricerca di Socrate aggira queste tre narrazioni per recuperare la dimensione esperienziale che include più punti di vista e riconsidera con essi anche l’intensità emotiva che l’evento ha giocato nella vita dei partecipanti.E il dato esperienziale non rappresenta solo una questione intimista: all’epoca tutto era politica e il mondo era inserito nell’opposizione binaria “oppressi vs oppressori”, comportando un assorbimento nella sfera politica anche di tutte quegli aspetti del vivere che prima di allora non erano esplicitamente politici.

L’interessante polarizzazione – sempre intesa non come una divisione rigida, ma sfumata e compenetrante – tra “rivoluzione” (occorrenza della 1a generazione) e “liberazione” (occorrenza della 2a generazione), restituisce la doppia anima che ha guidato il movimento; la stessa doppia anima riguarda i ruoli che le due generazioni hanno svolto nel movimento.

I primi hanno assunto la funzione di “mediazione”, ossia la capacità di verbalizzare e dare espressione scritta al pensiero del movimento. È questa la ragione per cui i documenti sono egemonizzati dal linguaggio della prima generazione, più esperta in questo e più avvezza alla scrittura di documenti politici. La funzione “espressiva” è stata assunta invece dalla seconda generazione, che ha saputo dare voce con creatività ad istanze che non avevano modo di esprimersi, facendo emergere attraverso le arti, la musica, il teatro, la danza, ecc., questioni “indicibili” come la liberazione sessuale e l’affermazione di sé in quanto individui. Il processo mediazione-espressione è circolare e prende la forma di uno scambio inconsapevole di pratiche e metodi tra i “fratelli maggiori” e quelli “minori”.


In conclusione possiamo dire di aver partecipato ad una due giorni densa di spunti davvero interessanti, con tante chiavi di lettura utili per lavori futuri. In generale abbiamo respirato una bella l’atmosfera di scambio e di apertura al dialogo con chiunque, a prescindere dalle posizioni e i titoli. Unica pecca forse è da ravvisare nel poco spazio dedicato alla metodologia e una disposizione poco efficace per uno scambio laboratoriale tra i partecipanti. In ogni caso ci auguriamo che nel mondo della ricerca, approcci inclusivi e aperti al confronto come quelli promossi da AISO proliferino sempre più e contagino ogni ambiente di dibattito pubblico e anche in virtù di questo siamo felici di annunciare che abbiamo deciso di associare Lapsus ad AISO.


Per esplorare in modo autonomo,
ecco alcuni esempi di archivi di storia orale:

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Erica Picco

Erica Picco

Classe 1990, laurea in Storia, è la referente di tutti i progetti crossmediali di Lapsus. Quando entra in modalità multitasking è in grado di gestire contemporaneamente una notevole quantità di progetti. Il suo nemico naturale è la noia. È succeduta a Giulio D'Errico alla presidenza dell'Associazione Lapsus.

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