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La didattica secondo un approccio di public history: il caso di Uranica.

Intervento di Zeno Gaiaschi (Lapsus)

Intervento di Zeno Gaiaschi (Lapsus) al panel #6 – scuola del convegno “La public history in Lombardia. Un seminario su metodi e pratiche”.

Oggi vorrei impostare il mio discorso su una dimensione operativa, recuperando alcune suggestioni introdotte da David Bidussa stamattina e provando a mettere in fila degli stimoli di riflessione a partire dalla nostra esperienza. Mi scuseranno i colleghi se dirò alcune banalità o questioni assodate nel panorama intellettuale degli storici; tuttavia il lavoro di ricerca ci ha abituati a “fare sempre un passo indietro” quando ci troviamo di fronte ad un problema, così da ottenere un angolo di visuale necessariamente ampio, che ci permetta di capire dove abbiamo “toppato”.
E a nostro avviso con la didattica della storia abbiamo decisamente un problema.

Il problema, in soldoni, è questo:

Che senso ha studiare la storia? A che cosa serve?

La domanda non è provocatoria e vorrei che la prendeste come uno stimolo, perché è la domanda davanti alla quale ci siamo trovati davanti decine di volte al nostro arrivo in una nuova classe, soprattutto quelle di contesti più complicati.

Noi storici non siamo nuovi a questo quesito, no? Ma quanto davvero sappiamo dare una risposta a tutti quelli che si collocano fuori dai nostri convegni?

Questo è un po’ il punto di partenza, che è politico, nel senso che ha a che fare con la capacità di incidere nel presente e con le scelte, individuali e collettive. E la nostra scelta, consapevole e ostinata, è stata fin dall’inizio quella di generare impatto sociale e di farlo attraverso la conoscenza della storia.

Sì ma come?
Innanzitutto assumendo un atteggiamento di ricerca simile a quello dell’etnografo: per capire come intervenire su un contesto è necessario prima osservare ed “entrare” nel contesto.
Laboratorio Lapsus è un’associazione culturale dal 2011 ma è operativa sul territorio e nelle scuole da quando era poco più che un collettivo universitario di studenti di storia.
Fin da subito la scuola ha catalizzato la nostra attenzione, in due direzioni.

  • Sia come ambito di intervento operativo, dove andare ad applicare quelle pratiche di “comunicazione storica” o di “storia pubblica” – come la chiamavamo allora – che potevano trasformare l’insegnamento della disciplina e aiutare a quell’annosa domanda;
  • sia come campo di ricerca, ossia un luogo privilegiato (per certi versi) da studiare con la lente dello scienziato sociale, con un approccio volto a capire cosa non funzionasse (e non funzioni, tutt’ora) nell’insegnamento della storia nelle classi, con l’obiettivo di capire meglio alcune tendenze che si manifestavano all’epoca, ma si manifestano tutt’oggi nella società.

Quindi ci siamo messi in ascolto e abbiamo cercato di intercettare le frequenze delle necessità di chi vive la scuola (insegnanti e studenti); dei nostri coeatanei, che ne sono usciti e hanno intrapreso studi superiori ma anche e soprattutto chi ha scelto o si è trovato nella condizione di non farlo; delle persone con cui entravamo in contatto durante le iniziative pubbliche che promuovevamo in università e sul territorio, in contesti ufficiali e non.

“Cittadino, studente, insegnante!
Cosa non capisci del mondo contemporaneo? Che “pezzo ti manca”? Come posso io, da storico, mettermi al tuo servizio per condividere ciò che ho appreso?”

Laboratorio Lapsus ha sempre avuto quindi questo obiettivo politico: stimolare in coloro con cui interagiamo l’acquisizione di un metodo, perché chi lavora con la storia ha il privilegio di padroneggiare innanzitutto l’indagine critica, prima ancora che la conoscenza fattuale. Un metodo che fosse un motore di innesco per attivare quel ragionamento critico necessario per sfatare gli stereotipi e sbrogliare le matasse comunicative più ingarbugliate di cui è piena la nostra contemporaneità.

La costruzione concettuale dei percorsi didattici che utilizziamo è debitrice a diverse discipline, perché siamo convinti che un solo metodo non sia più sufficiente (se mai lo è stato) per comprendere il mondo contemporaneo: attingiamo quindi alla sociologia, all’antropologia, alle scienze politiche, alla geopolitica, all’economia, alla psicologia, alla pedagogia, alle scienze della comunicazione e a tutti i linguaggi che ci sembrano più utili, contaminando le nostre competenze e conoscenze ma anche imbarcando nella nostra squadra di lavoro ricercatori, operatori culturali e professionisti con diverse formazioni, che condividono con noi questo approccio aperto allo studio del passato.

Poste queste poche premesse, entrerei quindi nel vivo di “cosa facciamo”, portando un esempio che speriamo essere esplicativo:

Parlerò del laboratorio didattico Come cambia la guerra nel Novecento” un percorso strutturato in 5 incontri di taglio laboratoriale, destinato agli studenti della scuola media.

Il progetto di questo laboratorio è nato da un’esigenza: dopo gli attentati terroristici del 2015 a opera dell’Isis, diverse scuole ci hanno contattato per cercare di fare chiarezza nel mare magnum delle informazioni che stavano proliferando sul Medioriente. Dopo alcuni interventi nelle Assemblee di Istituto, abbiamo pensato di raccogliere gli stimoli derivati dalle molte domande degli studenti e delle studentesse e formalizzarli in un percorso che potesse offrire qualche punto di riferimento per comprendere i presupposti e le trasformazioni dei conflitti contemporanei. Prima ancora che fornire risposte, la questione impellente che ci siamo posti è stata quella di fornire un metodo di indagine che potesse essere fatto proprio dagli studenti e replicato in modo autonomo, per aiutare a discernere e orientarsi tra le informazioni e le fonti disponibili.

Abbiamo quindi costruito un percorso didattico che parte dai conflitti contemporanei – ad esempio il contesto siriano, il contesto ucraino, ecc. –  per andare a rintracciare lungo il corso del Novecento cosa è cambiato nelle modalità di “fare la guerra”, come sono cambiati i soggetti che la compiono, le modalità militari, trans-militari e non-militari con cui è combattuta. Si attraversano i due conflitti mondiali, la Guerra fredda, le decolonizzazioni, la fine dell’ordine bipolare, fino alle guerre asimmetriche contemporanee, rilevando continuità e rotture.

Al termine del percorso rimaneva però una questione aperta: come valutare l’apprendimento reale degli studenti? E come rendere la fase di valutazione non respingente ma un’occasione di confronto e crescita?

Abbiamo così ideato Uranica un gioco di simulazione didattica che ricostruisce uno scenario verosimile di guerra asimmetrica in cui i partecipanti, divisi in gruppi, devono affrontarsi usando le categorie analizzate durante il laboratorio e agire coerentemente con i loro obiettivi di gioco e le loro possibilità di azione effettiva, che ovviamente sono diversi a seconda della scheda-paese assegnata.

La prima sperimentazione è stata svolta nel 2016 con alcune classi terze di una scuola media di Cinisello Balsamo e ha riscosso un buon successo; l’edizione successiva è stata implementata anche grazie ai suggerimenti e ai contributi ricevuti durante le fasi di debriefing dagli studenti e dagli insegnanti delle classi coinvolte.

Noi non ci siamo inventati nulla, sia chiaro. Siamo debitori nei confronti delle concettualizzazioni di didattica della storia di Ivo Mattozzi, del gruppo di Clio ‘92, delle riflessioni sull’uso e abuso della storia di Aldo Giannuli, della didattica ludica di Antonio Brusa e della sua “scuola”. Ma anche per la formalizzazione dei nostri metodi didattici abbiamo proceduto “al contrario”: siamo partiti dalla pratica e dal “campo” per rivolgerci alla teoria in un momento successivo, di maggiore maturità.

In questo nostro modo di servirci della storia – uso proprio questo termine, per riportarci alla domanda dell’inizio – c’è un aspetto fondamentale ed è il confronto con gli studenti e le studentesse sulle loro domande impellenti. La ricezione e l’ascolto delle loro domande, che spesso sono più complesse di quello che possono sembrare, per noi è imprescindibile per costruire un percorso didattico efficace.

Questo ovviamente ci mette nella condizione di non ripetere mai due laboratori sullo stesso tema nello stesso modo, riadattando sempre i contenuti ai contesti. È un lavoro innegabilmente faticoso ma che non dobbiamo fare da soli: coinvolge infatti tutto il gruppo, in un processo di confronto e rielaborazione che è sempre collettivo.

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Lapsus a Ravenna per il primo convegno nazionale di Public History

In occasione del primo convegno nazionale di Public History che si terrà a Ravenna dal 5 al 9 giugno presenteremo il nostro lavoro ‘900 criminale – mafia, camorra e ‘ndrangheta, itinerario multimediale sull’evoluzione della criminalità organizzata dalle origini alla globalizzazione. Il convegno sarà la prima occasione italiana in cui tutte le realtà come Lapsus impegnate a vario titolo nei progetti di Public History si potranno incontrare in un’unica sede per confrontarsi. In quell’occasione nascerà anche la Associazione Italiana Public History.

Eravamo stati selezionati anche per tenere un panel insieme ad alcuni relatori dell’Università di Lincoln impegnati nel progetto International Bomber Command Centre ma purtroppo a causa di alcuni problemi tecnici non è stato possibile programmarlo.

Per il programma completo dei 5 giorni rimandiamo al sito ufficiale della costituenda AIPH.

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