Lezione 3: “Vecchi e nuovi populismi negli Stati Uniti”

tea_partyUniversità degli Studi di Milano
Dipartimento di Studi Storici
a.a. 2014‐2015

Cattedra di Storia Contemporanea, Prof. Marco Cuzzi

Laboratorio
“I populismi dall’800 ai giorni nostri: tipologie e tecniche di comunicazione”
Il programma del laboratorio

Lezione 3: Vecchi e nuovi populismi negli Stati Uniti | 1 aprile 2015
relatore: Marco Sioli, docente di Storia e istituzioni delle americhe presso l’Università degli Studi di Milano

Scarica la dispensa della lezione a cura di Kristian Tarussio, Lapsus

Il podcast della lezione

Il video della lezione

Abstract della lezione a cura del Prof. Marco Sioli

Il termine “populismo” non nasce negli Stati Uniti. Come ci ricorda l’Enciclopedia Treccani  corrisponde da una parola russa che deriva da “narod”, ovverossia “popolo” che cominciò a essere utilizzata intorno al 1870. Nello stesso periodo si diffuse in Russia anche il termine “narodnik”, ovverossia “populista” per definire un movimento cui faceva riferimento la nuova parola, sino ad allora un insieme senza nome di forti personalità e di agguerrite teorie politico-sociali, assunse con forza una visibilità e una vitalità che lo rendevano in qualche modo al suo interno omogeneo, distinguendolo con nettezza dal restante movimento socialista.

Se si osservano i giornali americani dell’epoca, ad esempio il Farmer’s Cabinet, ritroviamo però termini che enfatizzano il termine “popular”: ritroviamo termini quali “Popular sentiment”, “Popular interest”, “Popular delusion”, “Popular belief”, “Popular education”. La parola “popolo” è sempre stata centrale nella politica americana a partire dal momento in cui i costituenti decisero di usarla per iniziare la carta costituzionale ed è rimasta in auge sino ad oggi con alterne fortune sempre inseguendo la classica definizione del populisti:  un popolo virtuoso e omogeneo contrapposto a una classe politica elitaria composta da persone che una volta arrivate al potere cercano di privare il popolo sovrano dei suoi diritti e valori, della sua identità, della sua voce, e soprattutto della prosperità.

Questa lezione ripercorrerà i momenti storici che hanno enfatizzato il ruolo del popolo nella gestione politica degli Stati Uniti. Dalla Costituzione alla rivoluzione jeffersoniana, dalla democrazia jacksoniana degli anni Venti dell’Ottocento al Free Soil Party degli anni Cinquanta, e infine l’età dorata che vide la crescita del movimento di protesta dei farmers americani che costruirono un partito intorno al loro movimento per cercare un’alleanza con i lavoratori nelle fabbriche per opporsi ai robber barons che gestivano in modo spregiudicato i trust economici. Il People’s Party, costruito attorno alla convenzione di Omaha del 1892, e i suoi sostenitori definiti “populisti” dai giornali dell’epoca diventavano così un terzo partito che si sarebbe presto ricongiunto con i Democratici quando entrambi nominarono William J. Bryan come candidato alla presidenza nel 1896 e nel 1900, entrambe vinte dal Repubblicano William McKinley.

Il 31 agosto 1910 il successore di McKinley, Theodore Roosevelt, durante la presidenza del repubblicano William Taft, che aveva ancora una volta sconfitto il candidato democratico Bryan, si recò in un piccola cittadina del Kansas, Osawatomie, per ribadire il suo impegno politico dopo i due mandati presidenziali e per lanciare il suo nuovo partito progressista che proponeva  la visione di un governo federale fortemente impegnato a ridurre il divario economico e le ingiustizie sociali tra una minoranza di super-ricchi e la massa dei lavoratori urbani e rurali. In questo suo nuovo ruolo Roosevelt fu sconfitto proprio nelle elezioni del 1912 dal democratico Woodrow Wilson che scelse Bryan come segretario di stato, riconducendo il vecchio populista nell’alveo politico con tutte le sue contraddizioni che sfoceranno nella sua opposizione all’intervento degli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale e alle sue dimissioni.

Quasi cento anni dopo in piena campagna per la rielezione il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, è volato a Osawatomie per ribadire il suo impegno in difesa della middle class, e per accusare i i repubblicani che “vogliono difendere i ricchi”. Obama ha toccato le corde populiste tornando a proporsi come paladino del ceto medio e dei suoi interessi. Nel discorso ha difeso il suo programma liberale progressista, favorevole al mercato ma anche alla leva fiscale per ridurre le disuguaglianze, che lo ha portato alla rielezione nel novembre 2012. Dopo aver ricordato che è qui che lui “ha le sue radici profonde”, visto che in Kansas è nata sua madre e i suoi nonni, Obama ha rammentato che tutti devono farsi carico di riportare il paese in carreggiata, un paese  “in cui il lavoro duro sia ripagato, e tutti possono sperare di aver successo, a prescindere dal proprio punto di partenza”. “Solo così – ha aggiunto – possiamo ridare forza ai valori fondanti della middle class, il motore tradizionale dell’economia americana”.

L’intervento di Obama in Kansas aveva come intento principale quello di arginare una nuova rivolta populista, i Tea Parties, questa volta organizzato nell’alveo della destra repubblicana che, mentre nel Congresso bocciava ogni tentativo di riforma fiscale,  riempiva le strade di Washington con migliaia di persone vestite in abili coloniali che riportavano indietro le lancette del tempo alla Rivoluzione americana.

Arginare vecchi e nuovi populismi è sempre stato una priorità per la politica contemporanea e in questo Obama ha giocato le carte migliori che sono soprattutto quelle del reale funzionamento del governo e di un’economia in ripresa che si è lasciata finalmente alle spalle la crisi economica.

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