Milano: l’antimafia non serve alla vetrina

antimafia milanoScrivere di antimafia, in queste settimane, è forse ancora meno facile che in altri periodi. La delegittimazione e la crisi di credibilità, dovuta ai recenti fatti che hanno coinvolto ad esempio il giornalista Pino Maniaci – al di là di come si svilupperà l’iter giudiziario – piuttosto che Rosy Canale, o Silvana Saguto, impongono dunque ancora più attenzione, cautela e serietà. In più, il contesto della campagna elettorale che caratterizza le principali città italiane, da Roma, a Milano, da Napoli a Bologna, fa si che il rischio di prestare il fianco a strumentalizzazioni dell’uno o dell’altro campo, sia reale.

In questo quadro tuttavia, facciamo nostro con convinzione, lo stimolo che arriva dall’Associazione daSud: nelle campagne elettorali in corso, nel dibattito in corso nelle città e nel paese, mancano riflessioni e progettualità serie ed articolate sull’antimafia. Manca l’antimafia intesa non come fine, come necessità di plasmare eroi o come brand per intercettare nicchie di pubblico od elettorali (come si è dimostrato una volta di più lo scorso 23 maggio, in occasione dell’anniversario della Strage di Capaci, con tweet e post commemorativi), ma come punto di vista e come antimafia sociale. E crediamo che questo valga anche per Milano.

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Imperialismo e desiderio: immagini e voci per dipingere l’Abissinia.

Etiopia 1935: Immaginario e miti guerrieri celarono gli eccidi compiuti dagli italiani in uniforme; dietro alle “Belle abissine” il fascismo cercò di nascondere la brutalità del regime semischiavile imposto agli etiopi e lo sfruttamento del lavoro di migliaia di operai italiani giunti in colonia per fame.
La parata delle gerarchie del Regno non spezzò mai la resistenza etiope e le enormi spese militari ebbero una conseguenza pesantissima: La bancarotta dell’Italia

L’attacco del Regime fascista all’Impero etiope nel settembre del 1935 fu il primo atto aggressivo di proporzioni rilevanti coinvolgente uno stato europeo dalla fine della grande guerra, segnando anche l’inizio di una escalation di conflittualità e tensioni nel vecchio continente, che, se certo non furono da esso provocate, lo contestualizzano all’interno di un sistema di “occasioni” e nuovi rapporti geopolitici che travalicano la pura volontà mussoliniana di “riportare l’impero sui colli di Roma”[1]. La campagna di Etiopia fu soprattutto l’ultima guerra coloniale tradizionalmente intesa nell’ultimo territorio rimasto indipendente del continente africano: “La guerra scatenata da Mussolini contro l’Etiopia è […] particolarmente importante proprio per il suo anacronismo; guerra coloniale “fuori tempo massimo”, ricadde sotto le nuove norme varate con la Convenzione di Ginevra del 1929”[2]. Guerra coloniale ma anche guerra nazionale, le operazioni in Etiopia conobbero una partecipazione non solo emotiva ma anche fattivamente entusiasta di vasti gruppi della società italiana[3], tanto da spingerci a definirla, come altri prima di noi[4], forse la più partecipata delle missioni compiute dal Regio Esercito.

Non a torto Vittorio Mussolini, figlio del duce, che con il fratello Bruno si arruolò volontario nell’Aeronautica, appena sbarcato a Massaua informa il lettore della sua memoria Voli sulle Ambe[5] che quello che brulica nelle strade e sui moli della città portuale è il più grosso esercito visto in Africa: certamente non lo fu, ma a molti italiani trovatisi nuovamente in grigioverde, seppur non condividevano con Vittorio l’illustre cognome e i vantaggi che gliene derivavano, la mobilitazione messa in piedi dal Regime dovette davvero apparire imponente. Il Regime volle che quest’impressione di potenza militare passasse anche ai civili, tanto che per la campagna venne predisposto un’ancora sconosciuto dispiegamento di mezzi cinematografici e fotografici: dodici operatori con tre registi più vari fotografi che contribuirono ad accumulare 4.000 fotografie e 40.000 di pellicola girata. “È come se […] il rapporto tra realtà e rappresentazione, tra evento e racconto, si invertisse. Qui sono infatti il racconto a produrre l’evento, la rappresentazione a determinare la realtà, l’invenzione a suggerire l’azione.”[6]

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L’articolo, che trovate interamente su medium, è stato scritto da Sara Troglio in occasione della proiezione del documentario If Only I Were That Warrior presso l’Università degli Studi di Milano.

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Carlo Meani: il volto mite di un antifascista irriducibile

Sabato 23 aprile 2016
Ore 16.00, Centro culturale Il Pertini
Piazza Confalonieri 3, Cinisello Balsamo (MI)
Auditorium

Presentazione della pubblicazione
“CARLO MEANI
Il volto mite di un antifascista irriducibile”
Ne parlano:

Elio Catania – Associazione Lapsus
interviene su: “La lotta antifascista dalla nascita del Partito Comunista d’Italia alla Liberazione”

Gianluigi Falzoni – C.F.C.
presenta la mostra a cura del Circolo Fotografico Concordia

Gabriella Milanese – A.N.P.I.
presenta la pubblicazione a cura di C.D.S. e A.N.P.I. Cinisello Balsamo

coordina:
Martino Iniziato – La Città

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Presentazione:
Della Resistenza è già stato detto tutto, o quasi. Sulla crisi della memoria resistenziale e dell’identità antifascista della Repubblica, abbiamo già avuto modo di scrivere in altre occasioni; così come della fase che abbiamo definito di “revisionismo morbido”, subentrata all’offensiva dichiaratamente revisionista portata avanti dalla destra negli anni d’oro dell’ultimo governo Berlusconi (vedi link).
C’è però un lato del periodo resistenziale e soprattutto dell’immediato dopoguerra che viene generalmente messo in secondo o terzo piano, per ragioni di pedagogia pubblica e legate alla necessità di presentare il variegato fronte antifascista il più unito possibile: il dissenso interno rispetto alle scelte di pacificazione nazionale compiute tra la fine della guerra e l’indomani della Liberazione. Fenomeno che riguarda soprattutto la principale forza politica e militare del Cln impegnata nella Resistenza, il Partito comunista. Brigate Garibaldi, Gap e Sap avevano visto emergere al loro interno come leader carismatici e organizzatori impeccabili non solo i più vecchi militanti antifascisti della clandestinità, ma anche giovani dirigenti periferici, capaci di coniugare le esigenze della liberazione dal nazifascismo con più profonde rivendicazioni sociali di eguaglianza.
È il caso di Carlo Meani, primo sindaco di Cinisello Balsamo nominato dal Cln, dopo la Liberazione considerato per certi versi poco adatto alle necessità della strategia togliattiana della “lunga marcia dentro le istituzioni”. Contrariamente a molti altri irriducibili che dichiararono la loro opposizione con veemenza fino, alcuni casi, alla rottura definitiva col partito, Meani, uomo mite di carattere, non espresse pubblicamente il suo pensiero riguardo le scelte del gruppo dirigente comunista. Di lui ci restano testimonianze, foto, alcuni documenti personali e il ricordo di un militante che seppe muoversi con intelligenza in periodi difficili della storia d’Italia.
In questo senso interverremo nell’ambito dell’iniziativa organizzata dal Comune di Cinisello Balsamo e dalla sezione locale dell’Anpi, dedicata proprio alla figura di Meani, cercando di offrire una panoramica complessiva della storia dei comunisti italiani, dalla fondazione del Pcd’I fino alla Liberazione.

Sempre per celebrare il 71° della Liberazione sarà visitabile la mostra:
LE IMMAGINI E I VOLTI DELLA DEMOCRAZIA A CINISELLO BALSAMO 
Mostra visitabile presso Il Pertini
da domenica 24 aprile a domenica 8 maggio
negli orari di apertura del Centro culturale

Infine il 25 aprile, nel corso della manifestazione per il 71° anniversario della Liberazione verrà intitolata una via cittadina a Carlo Meani, antifascista, perseguitato politico, partigiano, primo sindaco dopo la Liberazione.

Ulteriori informazioni presso il sito del comune di Cinisello Balsamo

 

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If Only I Were That Warrior | Proiezione del documentario

Mercoledì 20 aprile 2016
ore 10.30 – 12.30
via S.Antonio, 5 Milano
Aula 2

Proiezione e presentazione del documentario:

If Only I Were That Warrior (2015)
Regista: Valerio Ciriaci

Ne parlano:
Sara Troglio – Lapsus

Monica Macchi – redattrice Historia Magistra, curatrice sezione Tahrir Square @ Formacinema, arabista e traduttrice

Valerio Ciriaci – regista del documentario

Isaak Liptzin – produttore del documentario

If Only I Were That Warrior, il documentario ricostruisce a ritroso la storia del colonialismo italiano in Etiopia.
Dall’inauguarazione nell’agosto del 2012 di un monumento alla memoria di Rodolfo Graziani, generale dell’Esercito durante la Guerra d’Etiopia e primo Vicerè della nuova colonia, ai documenti sull’uso di gas tossici conservati all’Archivio Centrale dello Stato.
Attraverso tre continenti, i giovani autori ricercano i rapporti su cui si sviluppano le storie dei protagonisti odierni e delle molteplici comunità:
“A 75 anni dalla caduta dell’impero coloniale italiano, nuove generazioni di etiopie di italiani si confrontano su un passato tormentato e ancora irrisolto.”

Trailer del film:

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CORSO DI FORMAZIONE PER INSEGNANTI “APPROCCI, METODI E STRUMENTI PER LA DIDATTICA DELLA STORIA”

Come insegnare la storia in maniera efficace? Come fare in modo che gli studenti vengano ingaggiati in maniera attiva nel processo di apprendimento? Quale strategia didattica è più efficace nell’insegnamento della storia? Quali strumenti?

Da queste domande siamo partiti per ideare e sviluppare il nostro corso di formazione per insegnanti di storia Approcci, metodi e strumenti per la didattica della storia. Un percorso di 3 incontri da 2 ore l’uno per analizzare i diversi approcci pedagogici e approfondire i concetti chiave della didattica della storia, grazie all’utilizzo di infografiche, mappe storiche e attraverso il coinvolgimento diretto degli insegnanti in un’esperienza di didattica laboratoriale.

La prima edizione di questo corso è stata realizzata per e con gli insegnanti dell’ITSOS Steiner di Milano, che ringraziamo moltissimo.

  • Studenti, insegnanti e mondo che cambia

Come stanno cambiando i contesti e i processi di apprendimento? Come sfruttare al meglio l’avvento e la pervasività delle tecnologie digitali nei processi di elaborazione delle informazioni? Durante il primo incontro abbiamo cercato di rispondere, insieme ai partecipanti, a queste domande. Abbiamo quindi stimolato il dibattito sulle strategie messe in campo dai docenti per arginare i problemi legati all’apprendimento della storia. Dopo aver introdotto i concetti chiave di apprendimento significativo e apprendimento multimediale e avendone tracciato le origini nel dibattito accademico, abbiamo illustrato il metodo della storia per processi come possibile soluzione alla riorganizzazione dei contenuti di storia sotto un più coerente orizzonte di senso e come applicazione delle teorie cognitive sull’apprendimento. Nella complessità crescente del mondo contemporaneo e rispondendo alla necessità di tracciare un legame diretto tra il passato (anche più remoto) ed il presente, insegnare a ragionare storicamente significa anzitutto parlare di fenomeni di lungo periodo, avvalendosi del supporto di altre discipline.

  • Tempo, spazio e società

Nel corso del secondo incontro abbiamo trattato il rapporto tra dimensione spaziale, temporale e sociale dei processi storici, introducendo e affrontando criticamente il tema della geostoria. Per permettere di sperimentare concretamente i concetti appresi nella prima e nella seconda lezione si è svolta insieme ai partecipanti un’attività laboratoriale di gruppo volta a progettare un percorso didattico di storia per processi e di geostoria. Dopo una fase preliminare di brain-storming sono state assegnate ai gruppi quattro grandi questioni relative al crollo dell’Impero Romano d’Occidente – aspetti politico-istituzionali, aspetti religioso-culturali, fenomeni migratori e invasioni dei barbari, aspetti economico-sociali – da organizzare secondo unità didattiche minime. La scelta dell’orizzonte cronologico sul quale lavorare è stata concordata con partecipanti e ha avuto lo scopo di mettere in evidenza come la storia per processi possa essere un metodo efficace di riorganizzazione dei contenuti anche per periodi storici non contemporanei. L’obiettivo di questo laboratorio è stato sperimentare un metodo di lezione funzionale alle poche ore a disposizione e alla massima comprensione da parte degli studenti dei temi studiati, organizzando anche un metodo di lavoro d’èquipe.

  • Come fare in classe? La cassetta degli attrezzi

Nell’incontro conclusivo abbiamo passato in rassegna le metodologie più efficaci per facilitare l’apprendimento autentico: didattica laboratoriale, didattica progettuale (project-based learning) e didattica ludica (game-based learning, gamification e simulation-based learning), come elementi utili nella “cassetta degli attrezzi” del docente per affrontare in modo efficace l’insegnamento della storia. Per ciascuna di queste metodologie si sono illustrati e analizzati dei case studies di applicazione concreta, evidenziandone pregi e difetti. Particolare attenzione è stata dedicata al contesto di apprendimento extra-scolastico, attraverso un’analisi dell’utilizzo pubblico della storia nell’industria dell’intrattenimento e del videogioco.

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Uranica, il gioco di simulazione per comprendere la guerra asimmetrica.

Cinque paesi, dieci obiettivi strategici e un contesto fanta-politico in cui mettere in pratica attivamente le diverse forme della guerra asimmetrica. Uranica è un gioco di simulazione didattica per le scuole che offre agli studenti un’esperienza di applicazione pratica dei concetti di guerra coperta, guerra economica, guerra mediatica e guerra irregolare.
Il gioco consente di stimolare un uso critico della storia che altrimenti sarebbe molto difficile attivare e consente a livello immediato di acquisire conoscenze e competenze altrimenti difficili da raggiungere.
Gli studenti sono chiamati a lavorare in gruppo, ideare una strategia coerente con i propri obiettivi di gioco e usare in modo consapevole le loro conoscenze storiche.

La prima edizione è stata realizzata per e con gli studenti e gli insegnanti della Scuola Media Marconi di Cinisello Balsamo.

Uranica si inserisce nei laboratori didattici “Come cambia la guerra nel Novecento (disponibile anche per le scuole medie!) è la guerra ed è lo strumento che ci permette di valutare le competenze acquisite dagli studenti dopo aver partecipato al nostro percorso di formazione.

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“L’invisibile ovunque”: 2 marzo, due incontri con Wu Ming

copertinaMercoledì 2 marzo 2016, abbiamo incontrato il collettivo di scrittori “Wu Ming” in due momenti che, partendo dal loro ultimo libro “L’invisibile ovunque“, ambientato durante la Grande Guerra, ci hanno permesso di dialogare con loro su diversi temi a cavallo tra storia e contemporaneità. Il primo appuntamento è stato all’Università Statale al mattino ed il secondo al Pianoterra, dalle 19.30. Ecco i podcast e i rimandi al libro.

La Statale incontra i Wu Ming

[PODCAST] Mercoledì 2 marzo, ore 10.30, Aula Crociera Alta di Lettere
Università degli Studi di Milano
Via Festa del Perdono 7

A pochi mesi dall’uscita del libro “L’invisibile ovunque”, ambientato durante la Grande Guerra, un incontro a cavallo tra storia, scritture politiche del passato, narrazioni, immaginari, con gli autori, tra li altri, de “L’Armata dei sonnambuli”, “Altai”, “Q”.

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